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Un po' di tutto,
scritto bene.

Nadia Afragola

Nadia AfragolaScrivo da sempre. Credo da prima che imparassi a farlo. Scrivo perché non potrei far altro. È un condividere qualcosa che ti passa vicino e crea anche solo uno spostamento d’aria.

Quando Claudio (Pizzi, ndr), l’amico di mille avventure/sventure, mi ha chiesto di scrivere qualcosa che parlasse di me, che mi raccontasse, che servisse a far capire chi sono, come sono e soprattutto perché son da queste parti... sono incappata nella peggiore delle crisi esistenzialiste.

 

Mi sono guardata intorno e ultimamente casa sembra un ufficio, a volte una redazione (del giornale che mi sono ripromessa di dirigere prima o poi), altre una sala riunioni (con amici-colleghi-fotografi-grafici a far capolino in mansarda tra una piadina e una rivista), un casinò di Las Vegas (l’azzardo ha sempre il suo fascino indiscusso), il dietro le quinte del Moulin Rouge (evitiamo dettagli), una vineria (sarà per via della vagonate di Negramaro che mi spedisce mamma da Lecce), una piccola biblioteca (dopo il recente Salone del Libro dovrò comprare una nuova libreria e non sono mai stata così felice di spendere dei soldi), un anfratto nella Fortezza da Basso prima che il Pitti prenda il via o subito dopo il rompete le righe.

Non so ancora da dove iniziare, nonostante i 1200 caratteri già buttati giù: dimenticavo, il dono della sintesi non è mai stato il mio forte.

Mi hanno detto di partire da UN ERRORE. Be’, anche li potrei avere l’imbarazzo della scelta, forse il migliore è stato quando ho deciso di smettere di scrivere. L’ho deciso IO, sia chiaro, ma l’ho deciso per un qualcosa che ritenevo nobile, lo chiamano Amore o giù di lì.

Ieri ho letto una frase: “si innamorò come si innamorano tutte le donne intelligenti: come un'idiota” e io idiota lo ero diventata sul serio. Mica per l’amore, mica perché ci credevo. No, quella era vita vera. Vita vissuta. Scelte forti che forse smorzano toni, attutiscono colpi e fan crescere il peletto sullo stomaco (scusate l’immagine poco femminile, giuro che è solo una metafora). Idiota lo  ero diventata perché avevo pensato anche solo per un breve tratto di poter essere dell’altro diverso da me.

Sempre io. Stesso muso. Stessi difetti. Stessa incondizionata voglia di essere quel dettaglio che migliora. Avevo dimenticato solo una cosa, la parte migliore di me. Quella che potrebbe scrivere giorni interi senza batter ciglio, quella che deve fotografare con gli occhi, con l’iPad, con il BB, con un quadrato immaginario nato dall’unione di quattro dita. Quella che quando si trova a un passo da Roberto Saviano gli dice: “Spero un giorno di diventare come te”. E si ritrova a dire la stessa frase a Luis Sepúlveda, a Serena Dandini e a mille altri come loro che non hanno quasi nulla in comune, tranne essere stati intervistati da me e sentire il bisogno innato di scrivere a mo’ di reportage, che sia sulla malavita, sulle dittature cilene o sul femminicidio, ciò che gli succede a un palmo dal naso. 

Di una cosa sono certa: nella vita serve sentirsi vivi, serve per dare un senso reale e tangibile a quel capitolo che, a volte nostro malgrado, ci troviamo a scrivere.  Non lo farò più… parlo del più bello dei miei errori: non dimenticherò mai più di dargli un senso, a quel capitolo. E lo farò a modo mio.

Con i soliti fiumi di parole...

le mie canzoni nascono da sole vengono fuori già con le parole

Vasco Rossi

 

 

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