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Un po' di tutto,
scritto bene.

Ci si incontra sempre due volte

 

Un racconto su un abbraccio non dato e sulla lunga attesa per una seconda possibilità

 

di Marta Salvagnini

Giusy partì in una calda e afosa mattina di settembre. Il vestito che indossava ondeggiava fin sopra il ginocchio, mi ricordo ancora quei fiori azzurri che lo arricchivano. Giusy partì e il mio cuore con lei; io eterno infelice, lei così unica ai miei occhi.

Nella piccola stazione di periferia io ero perso, nel nero profondo dei suoi occhi, nei suoi capelli ricci, sempre così arruffati; all’epoca avrei dato tutta la collezione delle mie figurine per poter affondare una mano in quell’intreccio.

 

Il treno delle 8.37 era dannatamente in orario e io chiesi stupidamente al capotreno a che ora sarebbe partito il treno delle 8.37, illudendomi che forse, se l’avessi chiesto ripetutamente, sarei riuscito ad avere ancora due minuti in più. Due minuti sono fondamentali a 16 anni per convincersi a metterle una mano intorno alle spalle e dirle: "Mi mancherai".

Quei due minuti non li ebbi mai, camminavo un passo dietro a lei, come per rallentarla, ma ero solo l’amico che poteva portarle la valigia, l’amico con cui si confidava, l’amico che l’amava. 
Sono qui ora, seduto su un affollatissimo treno, 35 anni dopo, di ritorno da un viaggio di lavoro e a ogni stazione osservo, attraverso un finestrino rigato da rade gocce di pioggia, come le persone si abbraccino.

Ci sono centinaia di tipologie di abbracci diversi: quelli tra amici che non si vedono da anni, quelli passionali tra due innamorati, quelli tra un nonno e un nipotino e ancora quelli tra due fratelli che si incontrano dopo mesi, dandosi appuntamento per un brevissimo saluto nella stazione, prima che il treno riparta. Ci sono abbracci che ti lasciano senza fiato, perché troppo stretti, ci sono quelli che ti sollevano da terra col cuore, e quelli che lo fanno prendendoti in braccio. Molto belli sono anche quelli d’impatto in cui ci si si corre incontro e poi si cozza a metà strada. Ci sono gli abbracci richiesti, quelli non voluti e quelli da cui non ti staccheresti mai. E poi, poi ci sono tutti quegli abbracci non dati: che forse sono i più belli, non perché non vissuti, ma perché desiderati. Abbracci con gli occhi, furtivi, tra due amanti magari, o tra un padre e un figlio che si vergogna perché in presenza di amici.

Ecco, quello con Giusy era stato il mio abbraccio non dato; lei era partita, e io con lei, ma su un binario parallelo.


Ho sempre pensato che l’avesse capito, che in fondo io le volevo un bene particolare, unico, perché a 16 anni si vuole bene in modo meraviglioso. Le dissi solo, mentre già saliva sull’ultimo gradino: "Stai tranquilla, ci sarò sempre vicino a te, ora vai a casa". Il treno fischiò e come un macigno mi pesò quel suono sul cuore.
Quell’abbraccio non dato lo porto con me ogni giorno, e ogni volta lo penso, lo immagino, lo desidero in modo diverso. Nella vita ci si incontra sempre due volte, e aspetto il momento in cui la incrocerò di nuovo, magari solo per un istante mentre legge un giornale nella vetrina di un bar.

 

Giusy è l’abbraccio non dato, quello che a 50 anni mi fa ancora battere il cuore.
Lei è l’abbraccio che mi ha insegnato a dare tutti gli altri.

 

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