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Un po' di tutto,
scritto bene.

Da quando aiutare chi non ha studiato è sbagliato?

 

 

Sottotitolo: dimmi tu se devo quasi difendere Letta

Sarà che sono un figlio laureato di due non diplomati, ma io tutto quest'odio nei confronti del “decreto lavoro” del governo Letta non lo capisco più di tanto. Soprattutto, appunto, non capisco il discorso di persone laureate e precarie come me che parlano di “governo che premia i semianalfabeti” o che “considera l'ignoranza un valore”. In pratica, che cosa ho studiato a fare se poi i miei problemi valgono meno di quelli di un ignorante?

 

È chiaro che il giudizio su questo decreto, o meglio l'umore social(e) intorno a esso, è stato mal influenzato in partenza dalla “bufala” secondo la quale “gli sgravi contributivi per le nuove assunzioni potranno essere concessi solo nel caso che il nuovo assunto abbia tra i 18 e i 29 anni, sia privo di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi, sia privo di un diploma di scuola media superiore o professionale e viva solo con una o piu’ persone a carico”, una bufala tratta da un'agenzia di stampa imprecisa a cui (ovviamente) Grillo ha creduto come un sedicenne abbocca alla storia della macchina a ghiaccio islandese.

 

Io mi chiedo: ma secondo voi, quelli lì al governo sono proprio dei totali deficienti minchioni privi di un minimo di cervello? Cioè secondo voi è possibile che facciano un decreto per dare sussidi di disoccupazione solo a quei due o tre in Italia che rispettano tutte le condizioni?

 

No, davvero: come si fa a non capire subito che non poteva essere così?

 

Va be', comunque, andiamo avanti.

 

A me l'idea di passare per quello che difende il governo Letta fa abbastanza impressione (non buona), però una volta appurato che le condizioni per accedere agli sgravi del governo erano tra loro alternative e non da sommare, qual è il problema di aiutare qualcuno che non ha un diploma?

 

Siamo al verde uguali” mi è stato detto, “non capisco quali meriti abbia il disoccupato semianalfabeta rispetto al disoccupato laureato”. Ma sono io a non capire come si possa concepire la tutela delle persone meno istruite come uno “schiaffo” ai disoccupati laureati. Che pure loro (noi) hanno (abbiamo) parecchi problemi nessuno lo mette in discussione, ci mancherebbe.

 

Però proviamo a fare uno sforzo di fantasia e a immaginare questa situazione nel – che ne so – 1980 (il John Lennon di copertina è stato appositamente aggiunto in post produzione), quando la generazione che ora regge l'Italia era nel pieno della propria maturità e c'era gente che a 30 anni aveva già 14 anni di contributi (quelli che avrò io a 65 anni, più o meno) e magari anche uno-due figli e un mutuo per rendere il tutto più eccitante. Ecco, immaginiamo una crisi come questa all'epoca e pensiamo: ma se avessero fatto una legge che aiutava i meno istruiti non sarebbe stato qualcosa da ricordare come doverosamente giusto?

 

Ripeto: sarà che sono un figlio laureato di due genitori non diplomati, ma qual è il problema di aiutare chi non ha studiato? Forse sfugge il fatto che non tutti quelli che si fermano alla terza media, o prima, sono solo tamarri che fanno i bulli e piacciono alle ragazzine o figli di papà a cui neanche i peggiori diplomifici riescono a procurare un pezzo di carta senza la presenza almeno per l'orale della maturità.

  

 Populismo mode: on

Uso di stilemi del cazzo tipo “mode: on” mode: pre-on 

E così via...

 

Tra chi non ha un diploma c'è gente che non ha potuto studiare per difficoltà economiche familiari, per esempio. Ragazzi e ragazze con problemi di qualunque tipo, sociale di vita di sfiga o chissà. O anche semplicemente ragazze e ragazzi che hanno sbagliato a non credere in se stessi abbastanza da farcela, e che hanno rinunciato dopo un fallimento o dopo delle scelte sbagliate.

 

Insomma, non tutti i semianalfabeti meritano un atteggiamento da darwinismo sociale condito con spirito reazionario.

 

Perché va bene dire che sarebbe meglio pensare alla formazione di chi non è formato, e va bene dire che in altri Paesi funziona che ai disoccupati fanno dei corsi per qualificarli eccetera, però insomma in mancanza di una carbonara va bene anche una pastina in bianco, no? E se la pastina la danno “prima” (che poi non è prima, è anche) a chi non ha titoli di studio e quindi teoricamente ha meno possibilità lavorative rispetto a persone più istruite che problema c'è?

 

Se il decreto del governo aiuta chi non ha un diploma non è per danneggiare le persone che hanno studiato, è perché tende a resistere (anche in me) la convinzione (l'illusione) che, nonostante tutto, l'istruzione costituisce ancora un vantaggio. Se non altro, si trova più facilmente lavoro all'estero (è una battuta, ma neanche tanto, purtroppo).

 

Pizzi

 

PS: Non fatemi più difendere il governo Letta, per piacere.

 

EDIT: Praticamente in contemporanea, io e Gramellini abbiamo scritto due pezzi abbastanza diversi sulla stessa questione. Solo che il vicedirettore della Stampa ha creduto alla storia delle condizioni complementari per avere i contributi, oppure anche lui si è lasciato andare a un attimo di darwinismo sociale, non so.

In più come "pretesto letterario" Gramellini ha usato la storia del padre che chiede di far bocciare il figlio per farlo lavorare, che alla fine si è rivelata una bufala colossale.

Darei un braccio per scrivere come (e dove) scrive Gram, ma non è la prima volta che lo colgo in fallo: c'è stata la volta del pezzo ripetuto sull'insegnante che viene processata per avere punito un "deficente" e la volta in cui Fabrizio ha scoperto quella bufala dei panificatori in cerca di braccia riluttanti.

 

Quindi oh, Massimo, ok che scrivi in maniera sublime, però non ti è concesso proprio tutto. Verifica, controlla, stacci attento anche tu.

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