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Un po' di tutto,
scritto bene.

Dove non piove quasi mai

 

 

Stamattina è piovuto a Licata. Mentre andavo in radio due gocce sono atterrate sul parabrezza della mia vecchia Punto; ho cercato di fotografarle, ma è difficile mettere a fuoco un millilitro d’acqua mentre si è al volante, soprattutto in una città senza semafori.

 

Pioveva anche prima che mi alzassi, ne sono quasi sicuro per il dolce rumore che ha svegliato il Pisciotto, ma quando ho avuto la forza di lasciare il letto era impossibile stabilire con certezza se quello non fosse stato solo un sogno: mi sembrava tutto asciutto, al massimo un po' di muddrura. Ma un po’ di pioggia vera, tangibile e più o meno fotografabile è scesa davvero, poi, al mio arrivo negli studi, e allora ne ho approfittato per degli scatti che testimoniassero il lieto evento, qui a Cianu Billingheri.

 

A fine luglio, al suo arrivo in Sicilia, la mia amica Federica dall’Appennino modenese ha capito subito cosa significa qui, il maltempo. Le previsioni meteo del suo telefono davano sole a volontà per tutta la settimana, e lei si è stupita quando Nicola le ha detto “mi spiace che sei arrivata e c’è sto clima… Vento tutta la settimana…”. “Ma figurati se mi preoccupa un po’ di vento, sono una montanara io!” ha obiettato la Fede. Due giorni dopo mi pregava di andare a riprenderla  in fretta alla spiaggia di Marianello, dove aria e sabbia le sferzavano la pelle (e una emigrante daggermania un po’ troppo orgogliosa della Germania le scassava le… va be’ ci siamo capiti).

 

Il vento, qui il brutto tempo è nel vento, su cui tutti pretendono di essere esperti anche se mai una volta che ne trovi due d’accordo su che ventu tira. Maestru, Sciroccu, Libbicciu, Punenti… io so solo che il vento qui è diverso, per insistenza e consistenza, e per le conseguenze che ha. “Capace che” non vai al mare perché c’è vento, che salta un appuntamento al Caffè Letterario o che Salvo e Peppe si debbano mettere a rincorrere le sedie in fuga dal dehors dell’American Bar.

Ma la pioggia no, quella non dà fastidio a nessuno, o quasi. Fino ad aprile, qualche acquazzone si è visto, e in effetti uno ha anche rovinato un concerto in piazza Progresso; poi forse mezza goccia una sera, ma non sono sicuro. Fino a stamattina, martedì 16 settembre, un cato d’acqua su una città che, per la cronaca, è una cinquantina di chilometri quadrati più grande di Torino.

 

Nessuno qui ha davvero il coraggio di lamentarsi per la pioggia, anzi. Fondamentalmente, perché se Licata è più grande di Torino ma ha meno di un ventesimo degli abitanti è perché qui ci sono i campi, i terreni. Quelli, per intenderci, che molti di voi al Nord hanno solo immaginato leggendo La roba o qualche altra novella di Verga o Pirandello.

Ci sono gli orti e i giardini delle case di campagna, al Pisciotto a Mollarella o unni eggè, e ci sono i terreni “professionali”, quelli dove la gente travaglia seriamente, sotto i tunnel o all’aria aperta, che se siete fortunati qualche prodotto di qui vi arriva pure al Nord. L’acqua serve a tutti, all’orto di Franco e Gisella e ai terreni di ‘mbare Ciccio alias il commendator Trignetta. E macari che (anche se) non avete una casa ngambagna e non lavorate sui campi, la pioggia non vi dà fastidio, qui a Licata ma forse nemmeno a Palermo (a Enna non saprei…).

 

Confesso che è stata una bella soddisfazione, in quest’estate autunnale al Nord, prendere il sole e farmi il bagno in Sicilia, anche quanto tirava un po’ di vento. Ogni volta che un amico, un collega o un conoscente “polentone” si è lamentato su facebook di dover indossare felpe e giubbotti, non ho potuto fare a meno di sorridere, e per i più cattivi ho anche esposto corna e abbronzatissimo dito medio al monitor.

 

Nel frattempo ho anche imparato a prendere a male parole il vento, quando esagera. Ma credo che per provare a essere un vero licatese sia fondamentale non lamentarsi mai, quannu ciova.

Stamattina sono andato a comprare due casse d’acqua per la radio, io che per più di trent’anni ho sempre bevuto quella del rubinetto prendendo in giro chi non si fidava dell’ottima acqua dell’acquedotto torinese. La pioggia “vera” è durata esattamente il tempo in cui ho attraversato piazza sant’Angelo e sono arrivato alla radio. Ma non mi passà mancu pu cirveddru d’allammicarimi

 

Pizzi

 

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