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Un po' di tutto,
scritto bene.

E allora ciao Milan

 

 

Questo è un post sullo sport. Anzi, sullo sport più bello del mondo, il calcio.

So benissimo che ci sono cose più importanti, più toccanti, e più necessarie rispetto allo sport e ancora di più rispetto al calcio, che tanto ottenebra la mente di noi brillanti italiani. Quindi chiunque non abbia voglia di parlare di sport perché lo ritiene futile, ancor più parlando di calcio, è invitato a non leggere.

 

Ieri è stato un giorno molto triste per me e per i colori per cui tifo.

Adriano Galliani, verosimilmente, non sarà più l’Amministratore delegato del Milan, a partire da mercoledì sera, dopo l’ultimo impegno casalingo del Milan nella fase a gironi di Champions League contro l’Ajax.

 

Le voci si rincorrevano da giorni, se non da settimane, se non addirittura da mesi. Da quando, cioè, la pupilla del pres (la figlia, non una delle olgettine) ha preso sempre più potere e diritto di dire la sua sull’operato sia della squadra (legittimo, sono pagati dai soldi del papi), sia dell’amministratore delegato (meno legittimo, forse, data l’incredibile conoscenza tecnica e storica del calcio del suddetto Ad, e viste anche le vittorie in tutte le competizioni per club in 27 anni di carriera). Tutto partendo dal presupposto che “lei è laureata, è una manager giovane, e che quindi sa cosa è meglio economicamente per il Milan” (sempre coi soldi del papi, ndr), con la sua prima incredibile azione riuscì a bloccare il trasferimento del “papero” Pato perché non conveniente per la società, salvo poi farlo partire sei mesi dopo a relazione sentimentale finita con lo stesso, per una cifra molto più esigua e con ulteriori infortuni alle spalle che ne hanno condizionato in negativo la valutazione se non addirittura tutta la carriera.

 

Premesso questo, Adriano Galliani non è un santo. Non è né meglio né peggio di tanti altri dirigenti sportivi in giro nei grandi club d’Europa: per essere lì e muovere milioni e milioni di euro bisogna anche essere un pochino figli di buona donna (se mi si permette la bonaria espressione che non intende offendere o infangare il buon nome della madre di Galliani), nel senso che bisogna saperci fare, saper farsi rispettare ed essere accolto dagli altri grandi club (Real e Barcellona in primis) come un delegato dell’Onu. Quando Galliani dice “Rosell è tornato apposta dalle vacanze per incontrarmi” o “sono andato a Madrid a prendere Kakà senza appuntamento” non si fa difficoltà a crederci, perché nel bene o nel male Galliani fa parte della storia del calcio moderno.

Un calcio moderno che però non fa più parte di Galliani, evidentemente, e che non fa più parte nemmeno del mio modo di tifare una squadra. Sarò forse “vecchio dentro”, ma a me gli allenatori ciarloni non piacciono, i procuratori “divi” mi stanno sul culo e gli special one, gli special two, e i “non guarderò il Mondiale perché senza di me non c’è niente da guardare” sono solo persone povere di idee e colme di fortuna, che sanno vendersi ma non sanno molto bene cosa fare nello sport.

 

Sebbene di altra sponda, ho rispettato dirigenti come Prisco, allenatori come Ranieri, Ancelotti, Capello, Sacchi, Lippi, Spalletti. Gente che sapeva bene cosa fosse il calcio, che in qualche modo lo avevano rivoluzionato sul campo con idee nuove e metodi nuovi, ma con uno stile “vecchio”, rendendo questo “sport da gentiluomini giocato da animali” un po’ più signorile, un po’ più godibile anche da chi non ne era completamente appassionato, vincendo e sbagliando, come è normale che sia, ma senza accampare tante scuse (qualcuna sì, è umano non prendersi sempre tutte le colpe, ma non sistematicamente come tanti “special” che ci sono in giro).

 

Galliani, per quanto se ne possa dir male, a mio modesto parere era ed è uno di questi. Un uomo di società. Mai troppo sopra le righe, tranne nelle esultanze da vero ultras, mai troppo sotto tono, sempre sull’ago della bilancia, sempre con il Milan come obiettivo primario.

 

Ha sbagliato la scorsa estate? Forse sì. Da tifoso direi sicuramente sì. A partire dall'acquisto di Matri, per dirne una. Ma nel contempo ha riportato un giocatore semi finito come Kakà a giocare “come una volta”, pagandolo zero e stipendiandolo pochissimo (relativamente parlando, ovviamente). Ha puntato su Boateng, Thiago Silva, Pato, Gattuso, Inzaghi, Seedorf; ha preso anche delle cantonate pazzesche come Josè Mari, ma ha anche vinto tutto, e più volte, festeggiando ma senza prendersi mai troppo i meriti, che erano dell’allenatore, del presidente (purtroppo) e dei giocatori. Non per questo però credo sia giusto che venga messo da parte come un “cretino qualsiasi” da parte di chi ha scalato la vetta rossonera usando il proprio cognome.

“Serve un cambio di filosofia aziendale all’interno della società” tuonava Lady B il 3 novembre scorso, forse facendo riferimento a relazioni sentimentali con gli stipendiati.

“Va bene il cambio generazionale, ma non così, con più eleganza. Lascio per giusta causa, con o senza buonuscita”.

 

E lascio anche io.

Parafrasando Gaber, e chiedendogli umilmente scusa, non mi sento più milanista, ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Comunque smetterò di seguirlo. Sposterò forse le mie attenzioni alla squadra che porta il nome della mia città.

 

E dico: ciao Adriano. Grazie.

 

Paolo Ponti

 

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