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Un po' di tutto,
scritto bene.

E se li costringessimo a chiederci scusa?

 

Sono meridionale , come Roberto Saviano , anche se io sono pugliese.
Vivo a Torino (dove sono nato), come Giampiero Amandola e il ministro Elsa Fornero .

Ai miei genitori, quarant'anni fa, i padroni di casa piemontesi non affittavano volentieri i propri appartamenti. Poi le cose iniziarono a cambiare: vuoi perché di persone come i miei genitori, " saliti " al Nord per cercare un lavoro in fabbrica, ce n'erano sempre di più, vuoi perché a lungo andare la convivenza genera confidenza , e i pregiudizi si stemperano nel mare della consapevolezza di una comunanza che va al di là del modo in cui si pronuncia la parola "calzini" - per la cronaca, i miei la pronunciano ancora oggi con la "z" dolce, quella di "zanzara" per intenderci.

E poi sono giovane o quasi, ho una laurea , un contratto a progetto e tifo Juve .

Alla luce della mia storia personale, quindi, mi sento abbastanza al centro delle due polemiche che stanno facendo il giro dei bar, dei giornali e dei social network italiani negli ultimi due giorni: quella sui " napoletani che si riconoscono dalla puzza " e quella sui " giovani choosy (schizzinosi) nella scelta del proprio lavoro ".

Ma da qui, dall'occhio del ciclone, mi sento di dire che di entrambe queste vicende mi frega abbastanza poco. Non capisco la rabbia, l'astio, il tornado di polemiche che non accenna a placarsi ma che cresce di minuto in minuto, trascinando con sé cuori e cervelli di napoletani, di torinesi, di giovani, di vecchi, di laureati e di disoccupati a vario titolo. Se dipendesse da me, le questioni sarebbero già belle che chiuse da ieri.

Un giornalista del Tgr piemontese si è reso colpevole di aver mandato in onda un servizio becero e campanilista : non voglio neanche definirlo razzista, perché sarebbe come dire che piemontesi e campani sono due razze diverse, e preferisco rifarmi alla frase di Einstein che diceva di appartenere esclusivamente alla razza umana.

Un giornalista e scrittore famoso in tutto il mondo si è sentito in dovere di difendere l'onore dei suoi corregionali parlando dello stupore che provarono i piemontesi dell'Ottocento quando videro un bidet nella Reggia di Caserta.

Una docente universitaria e ministro (con figlia provvista di doppio posto fisso) ha fatto la predica ai giovani, accusandoli di fare troppo i difficili nella ricerca di un impiego, salvo poi cercare di mettere una pezza dichiarando che " i giovani italiani oggi sono disposti a prendere qualunque lavoro, tanto è vero che sono in condizioni di precarietà. In passato, qualche volta, poteva capitare ma oggi i giovani italiani non sono nelle condizioni di essere schizzinosi ".

Ora, quello che non capisco nell'oceano di polemiche che si sta generando è: ma di cosa stiamo discutendo? O meglio, perché stiamo discutendo?
Credo che nessuno - né un leghista infervorato, né un nostalgico dei Borboni, né un ultrà juventino né uno napoletano - possa dubitare sul fatto che certe uscite di giornalisti e ministri siano, per dirla in francese , delle grandissime cazzate. Ma perché ci infervoriamo, perché arriviamo a litigare su queste cose?

Se siamo tutti d'accordo, dovremmo unirci anziché contrapporci , secondo me. Che ne so, con un documento congiunto di tifosi bianconeri e azzurri che condannano allo stesso modo le infelici uscite di Amandola e Saviano, i quali forse non sanno quanti napoletani e campani vivono in Piemonte, e che insultando quello che ritengono il "nemico" insultano in realtà se stessi. Oppure con un comunicato sottoscritto da giovani disoccupati, occupati, sottoccupati, precari, a posto fisso, tutti insieme a condannare la leggerezza di un rappresentante delle istituzioni che regolarmente finisce sui giornali perché dice cose inaudite con l'atteggiamento rilassato di chi parla ai propri amici dell'ultimo film uscito al cinema.

Uniti, napoletani e torinesi, disoccupati e occupati, per rivolgersi a chi sta più su con una voce che diventa insopprimibile proprio perché derivata da una fusione e non da una scissione.
Una voce che, al di là di vuote polemiche e di contrapposizioni inutili, dovrebbe pretendere solo una cosa: il rispetto .

Il rispetto dell'intelligenza di ciascuno di noi, qualunque squadra tifiamo e qualunque sia la nostra condizione economica. Non ce ne frega niente della Juve, del Napoli, dei Borboni, dei Savoia e di chi va su grazie alle raccomandazioni . Dobbiamo pretendere tutti insieme il rispetto che ci è dovuto in quanto esseri umani, senza dare a chi la spara grossa l'alibi dell'insulto, delle due fazioni in lotta per chissà cosa. Togliamo loro ogni pretesto che consenta di mettere la testa sotto la sabbia, e costringiamoli a fare qualcosa che a loro brucia più di un vuoto comunicato di rettifica o di una sospensione dal lavoro. Qualcosa che - come per Fonzie - è per loro quasi impossibile da fare.

Costringiamoli a chiederci scusa, senza se e senza ma . È il massimo che possiamo ottenere, ed è la cosa più difficile per chi pensa di poter sempre dire quello che vuole senza mai pensare alle conseguenze dei propri errori.

Claudio Pizzigallo


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