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Un po' di tutto,
scritto bene.

Germano consiglia: i Wilco (live report da Venaria - 12/10)

 


I wonder why we listen to poets when nobody gives a fuck
Wilco Ashes of American Flags

I’d like to thank you all for nothing
Wilco Misunderstood

I testi dei Wilco , una della band più influenti e interessanti degli ultimi vent’anni, raccontano storie di una provincia americana oscura ed indecifrabile .
Altrettanto caliginose e umide sono le strade che portano, nella periferia torinese , alla terza e ultima data del tour italiano della band dell’eclettico Jeff Tweedy e mi introducono a un Teatro della Concordia che, svuotato della platea, ha ben poco a che vedere con la “ classica ” cornice teatrale, compresa l’acustica.

La sala è abbastanza piena ( 2000 persone circa) ma non sold out, quasi ad indicare lo status quo della popolarità di una band che, nel creare perfetti brani pop , si caratterizza per una complessità strutturale e strumentale incapace di arrivare ( e meno male ) a circuiti più ampi.

Ad aprire la serata ci sono i The Hazey Janes : band scozzese, misconosciuta, che riesce comunque a strappare qualche timido applauso con il suo folk ballerino (a volte “ lasvegasiano ”, forse).
Puntuali, però, arrivano alle 21.30 i Wilco, e gli applausi diventano più sicuri e vigorosi.

Il prologo non è, come desideravo ardentemente, quello velato e tormentato di Ashes of American Flags , ma è sicuramente funzionale e, anche se non troppo, più vivace dell’estratto di Yankee Hotel Foxtrot .
Si parte, infatti, con Misunderstood ed il suo pletorico “ I’d like to thank you all for nothing ”; un brano rappresentativo della lunaticità di quei suoni pacati e “ folkeggianti ” che improvvisamente diventano stordenti e rock, e che ricoprono quasi l’intera discografia della band di Chicago.

Ecco che quindi in una scenografia essenziale , condita da una serie di abat-jour (IKEA, come qualcuno mi ha fatto notare), che lascia parola esclusivamente alla musica, l’alternarsi di brani come il “nuovo” Born Alone , la bellissima Jesus, etc. , la disturbante Via Chicago , non fa che sottolineare l’acutezza di una band pronta a dare spettacolo .
L’ innumerevole presenza di strumenti evidenzia la professionalità e quella “ complessità strumentale ”, sopra citata, del sestetto.
Cline e la sua double-guitar ed il batterista Glenn Kotche oltre, ovviamente, il leader Tweedy e il suo cappello da western metropolitano, sono i protagonisti; con il primo che, nell’assolo di Impossible Germany , rende con la sua chitarra tutto un po’ più magico ed esaltante.

Il pubblico torinese , è vero, non è dei più caldi ma non può fare a meno di lasciarsi andare nei momenti più alti della serata. ( Via Chicago , I’m the Man who Loves You Impossible Germany ).

D’altronde non si può non inneggiare (seppur con un timido “ Wilco, Wilco... ”) a una band stratosferica , che dopo due ore piene di concerto, con due bis concessi, ha regalato a tutti della ottima musica, senza affidarsi a nessun “ effetto speciale ” luminoso prodotto da braccialetti o fuochi articiali (ogni riferimento è puramente casuale).

Germano Centorbi


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Commenti   

 
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