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Un po' di tutto,
scritto bene.

'giorno mondo - Una vita lunga appena 18 km

 

 

Avrei voluto prendere appunti ma non ne avevo i mezzi. Una volta tanto eravamo solo io e un parco. Così ho iniziato a scrivere nella mia testa, come la gran parte delle volte. Ho iniziato a scrivere correndo. 

Si chiama Valentino, costeggia il Po e al pari della Mole è divenuto negli anni simbolo della città che 13 anni fa mi ha adottato. È un posto speciale, trasuda storia, unisce quello che è di qua e quello che si trova al di là. Mi illude di vedere un mare che non vedo più come un tempo ma che dentro è in perenne agitazione.
Sabato il sole era alto e più che novembre sembrava marzo. Avevo bisogno di staccare la spina, lasciare andare ogni apparecchio tecnologico e tirare il fiato. Ho messo la tuta/pigiama e mi sono messa in marcia.
Ho iniziato ad ascoltare: ascoltare nel senso pieno del temine, come riesci a fare solo quando non hai veramente null’altro che ti distragga.


Affianco a me una coppia di trentenni; lei dice a lui con dolcezza: “Questa mattina mentre dormivi ti ho baciato la schiena per non so quanto. Ti ho respirato”. Lui ha sentenziato: “Ho sentito ogni singolo tuo tocco”. Li ho superati, ho sorriso, li ho invidiati. Poi ho provato a ricordare l’ultima volta che qualcuno lo avesse fatto a me, e nulla, il ricordo era troppo in là nel tempo per essere contestualizzato. Stessa risposta ha avuto la domanda inversa: l’ultima volta che io ho “toccato” qualcuno in quel modo. Niente, non c’era traccia.
Ho proseguito la mia corsa e poi con l’invidia tipica di chi vorrebbe ma non può mi son detta: “Vorrei vederli tra dieci anni. Anzi tra un anno”. Il pessimismo di fondo mi ha dato lo slancio per riprendere il passo.


Poco dopo incrocio due quarantenni, giù di lì. Avevano entrambi la fede al dito. Era chiaro che non fossero marito e moglie, come altrettanto chiaro era l’amore che c’era nell’aria. Lei dice a lui: “Noi siamo capaci a viverle certe cose, senza farci toccare troppo dentro”. Lui non risponde: è un silenzio assenso, fin troppo complice. Erano felici e malinconici come solo un amore non vissuto è in grado di essere. Ho continuato a correre provando a capire cosa li spingesse a non provarci, o ad accontentarsi; io non riuscirei mai a stare così, in mezzo, in piena autostrada.
Il mio obiettivo era raggiungere Moncalieri, prima cintura urbana torinese. Andata e ritorno, per un percorso complessivo di 18 km.


A metà strada intravedo una grigliata “abusiva” tra ottantenni che si dividono un campo da bocce e un pintone di Barbera con lo stesso entusiasmo.
Poco dopo ne intravedo altri due di ottantenni: uno dei due porta sottobraccio una bici, l’altro gli cammina al fianco. Quest'ultimo si sente solo, glielo si legge negli occhi: chiede all’amico perché “al solito posto” non c’è più nessuno del vecchio gruppo. “Si muore, ci si perde” la risposta del compare. Erano entrambi tristi, di una tristezza così onesta da far paura. Vedono il capolinea troppo vicino, mentre io vorrei solo guidarli pochi km più in là a bere dal pintone dei loro coetanei, quel Barbera che rende la vita meno amara.


Torno indietro: in testa ho tutti i miei appunti. Trovo ancora una pattuglia della Polizia che perlustra la zona e non sto più a chiedermi perché faccia finta di non vedere gli spacciatori che anche un bambino dell’asilo saprebbe riconoscere. Credo sia una sorta di pace armata la loro. Fino a prova contraria.
Prima di tornare a casa ancora quattro scene, in rapida sequenza. Una emblematica: una coppia di ventenni, una panchina e due cellulari. Non si parlano, non si guardano, si tengono per mano e ognuno “paciocca” il suo giocattolino. Credo non abbiamo molto da dirsi.


Poi uno scoiattolo mi taglia la strada. Si pianta in mezzo e mi fissa. Ho pensato istintivamente fosse un maschio, per deformazione femminile, credo. Mi sono stupita della mia stupida (scusate il gioco di parole) presunzione, come se un maschio di scoiattolo potesse fermarsi li immobile, a fissare interessato una femmina di umano, in quel caso io.
Continuavo a guardarmi intorno, come se volessi vedere oltre. Ho osservato più attentamente gli alberi, avevano quasi tutti un cartello con affisso il nome. Ho pensato che anch'io sono un po’ come quegli alberi, per gran parte del tempo in cui lavoro. Ho un pass con su scritto il mio nome e cognome, solo che a me non lo hanno inchiodato come hanno fatto con quegli alberi. Mi sono fermata dopo questo pensiero così stupido da fare tenerezza, ne ho osservato uno e poi gli ho sorriso: “Ecco a cosa ti serve quella corteccia così spessa!”.


L’ultima immagine che mi son portata a casa è stata la più bella: due ragazzi, una coppia, ognuno con il suo libro. Un plaid e un incastro tale da finire per delineare un segno “+”. Ognuno stava andando per la sua strada, leggeva il suo libro e immaginava un mondo; ma visti da fuori erano una cosa sola, un segno più, dato dalla loro unione.
Sono arrivata a casa. Qualcosa mancava all’appello, non tornavano i conti: quel segno “+” aveva inciuccato le quote ma era stato bello comunque aver sentito tutto, nel bene e nel male. Son bastati appena 18 km per vivere una vita intera anche se non ho mai capito perché ci si arrenda così facilmente. Perché certe corse non vengano mai portate a termine.

 

Nadia Afragola

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