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Un po' di tutto,
scritto bene.

I ciclisti si sono rotti le palle. Ma non solo loro

 

 


I ciclisti si sono rotti le palle, e hanno ragione. Perché ogni giorno rischiano la vita, e in decine di migliaia l'hanno già persa, per colpa di chi guida alla cazzo di cane, e non dà la precedenza, e non guarda quando apre la portiera né quando cambia corsia o direzione, e non rispetta le distanze di sicurezza, e parla col telefonino scaccolandosi o truccandosi o specchiandosi ma soprattutto sbattendosene del resto, e va troppo veloce rischiando di ammazzare un povero cristo la cui unica colpa è di girare in bici anziché con qualche quintale di lamiere e plastica a proteggergli il culo.

 

I ciclisti si sono rotti le palle, giustamente, del menefreghismo generale che circonda il loro mondo. Perché una pista ciclabile diventa facilmente un parcheggio più o meno provvisorio, perché il Comune piazza una nuova fermata del pullman in mezzo a una pista ciclabile, ma di togliere il panettoncino di cemento dall'accesso a quel percorso promiscuo sul ponte non se ne parla.

 

I ciclisti si sono rotti le palle di avere anche la stampa, o La Stampa se sono di Torino, contro di loro. Perché con tutte le merdate che si fanno in giro, buttare fango addosso alla categoria dei pedalatori per qualche excursus sui marciapiedi o per qualche passaggio in contromano puzza tanto, troppo, di campagna mediatica atta a favorire chi invece produce e vende macchine.

 

I ciclisti si sono rotti le palle, in pratica, del fatto che in Italia manchi la cultura e l'educazione e il rispetto di chi si muove in bici. Si sono stufati di non avere i sacrosanti diritti che spettano loro: più sicurezza, meno pericoli, è molto semplice.

 

Però, ecco, i ciclisti si sono rotti talmente tanto le palle che se la prendono con i pedoni. Con la vecchina che li maledice quando le fanno la rasetta sotto i portici; con il proprietario del cane che gli abbaia contro e li rincorre; con quello che attraversa col rosso perché tanto auto non ce ne sono e chissenefrega delle bici; con quello che gli bestemmia contro per un loro passaggio in contromano sulla pista ciclabile.

 

Certo, ci mancherebbe, se la prendono anche con gli automobilisti, anzi soprattutto con loro. Ma quelli al massimo alzano il volume dell'autoradio, e se si scontrano con una bici la loro maggiore preoccupazione è dover andare dal carrozziere. Quelli, in pratica, se ne fottono allegramente dei ciclisti, e se ne trovano uno che intralcia la loro strada gli suonano il clacson: un po' per ridere, un po' per dirgli di volatilizzarsi all'istante.

 

E allora con chi sfogare la propria rabbia, la propria ragione? Con i pedoni. O con chi prova a dialogare. Perché parlare a un finestrino tirato su non serve a niente, e neanche rivolgersi a giornali e amministrazioni sorde ai loro problemi. Ma i pedoni, quelli sì che sentono, e non possono neanche pigiare sull'acceleratore e andarsene. Al massimo, sono i ciclisti che possono sfrecciare via in un turbinio di scampanellate, quando qualcuno li vuole fermare ma loro non hanno tempo né voglia.

 

Più o meno come fanno gli automobilisti con loro, i ciclisti se non vogliono fermarsi a parlare coi pedoni se ne vanno in un rimpallo di offese e accuse reciproche, di vaffanculo in effetto Doppler.

 

E quando non sono in bici, ma sui social network o tra i commenti agli articoli di giornale, fanno quello che hanno giustamente imparato a fare per farsi notare: massa critica. Confondendo un po', però, il senso di quel “critica”. Perché infatti si mettono in gruppo a contestare, a polemizzare, a criticare appunto chiunque venga percepito come alieno, altro da sé.

 

Se vuoi dialogare con i ciclisti incazzati, infatti, devi armarti un po' della stessa pazienza che ci va per dialogare con i grillini incazzati.

Devi innanzitutto scusarti se non sei anche tu un ciclista: e che la scusa sia valida. Io, per esempio, chiarisco sempre che non posso muovermi in bici perché ho problemi alla colonna vertebrale, ma anche così più di una volta qualche amico mi ha risposto: “E andare in bici non ti aiuterebbe a guarire?”. Per la cronaca, no, affatto, anzi.

 

Dopo che ti sei scusato per non far parte della loro categoria (perché i ciclisti si sentono una categoria, anche se io non ho mai capito nessuna categorizzazione diversa dall'amicizia o dall'ideologia), devi far passare il messaggio che comunque sei un “amico”, che conosci e vuoi bene a molti di loro, che vieni in pace.

 

Quindi arriva la parte più difficile: convincerli che anche loro sbagliano. È la parte più difficile perché qualunque frase può essere letta come una provocazione, come una presa in giro. Anche una domanda tipo “dov'è il tratto ciclabile in quella strada?” può diventare “non mi risulta che sia ciclabile quella strada” e indisporli. Figuriamoci se provi a far notare che un marciapiede di un metro e mezzo su un ponte che conduce al centro città non avrebbe i requisiti per essere un percorso promiscuo ciclo-pedonale (articolo 4 comma 5 del D.M. 30/11/1999 n°557), e che magari invece che sfrecciando e scampanellando sarebbe meglio attraversare quel ponte frenando e chiedendo permesso a chi legittimamente cammina sul marciapiede senza passare rasente al parapetto.

 

Io, di mio, ci ho rinunciato al dialogo con i ciclisti. È da qualche giorno che persone altrimenti moderate, aperte al dialogo, tolleranti del “diverso”, mi vien da dire civili, mi dicono che sono tosto, che non capisco, che non ci arrivo, che penso di sapere tutto, che provoco. Ci rinuncio, mi arrendo, io e loro non riusciamo a comunicare, forse è colpa mia o forse loro, non importa.

 

L'unica cosa che vorrei capissero è che non aumenteranno le loro simpatie invocando più o meno scherzosamente atti violenti, disobbedienze civili o cose del genere. Non verranno ascoltati di più se insultano chi prova a dialogare. Non otterranno il riconoscimento dei loro sacrosanti diritti alla sicurezza offendendo chi scrive articoli di giornale, o anche solo status su facebook e twitter, che a loro non piacciono.

 

Non miglioreranno la loro situazione prendendosela con i pedoni per i torti subiti dalle auto. Se non altro perché molti pedoni hanno anche la macchina, non so se mi spiego.

 

Pizzi

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Commenti   

 
0 #1 Oscaruzzo 2013-10-17 14:57
Hai ragione (e sono un ciclista, ma tutto l'articolo e` costruito esattamente sullo schema del "metodo per parlare ai ciclisti" che descrivi, ed evidentemente funziona ;-) )

A margine annoto solo questo: se il ponte a cui alludi e` per caso quello della Gran Madre, e` vero che e` troppo stretto per una ciclabile - e infatti su quel ponte vado sempre in strada, anche se tra i lastroni di pietra ci sono fessure tali che ci entrerebbe pure la ruota di un carro - ma e` anche vero che su entrambe le estremita` del ponte c'e` un bel cartello che indica espressamente che quel marciapiedi - in barba a tutte le norme - e` una pista ciclabile promiscua. Questo significa - secondo il codice della strada - che un ciclista come me, che preferisce passare in strada, potrebbe essere multato. Tutto questo giusto per mettere i puntini sulle ü
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0 #2 Oscaruzzo 2013-10-17 15:01
Oh, aggiungo che anche io ho smesso di dialogare con i pedoni sulle piste ciclabili (ad esempio) dopo aver ricevuto SEMPRE risposte quantomeno bellicose e/o aggressive ogni volta che (gentilmente, lo giuro!) cercavo di spiegare la differenza tra una pista ciclabile e un marciapiedi. Non sono solo i ciclisti ad essere incazzosi, lo sono tutti quanti.

E infine, se e` vero che non hai "mai capito nessuna categorizzazion e diversa dall'amicizia o dall'ideologia" , allora perche` parli genericamente di "ciclisti"? Comunque sono d'accordo con te, le categorie sono altre. Ad esempio quelli che sono teste di cavolo e quelli che non lo sono. Indipendentemen te dal numero di ruote su cui stanno.
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