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Un po' di tutto,
scritto bene.

I giornalisti che sbagliano (e che in qualche modo devono sparire)

 

 

Credo che il confine più pericoloso in cui operano i giornalisti sia quello tra ciò che la gente deve sapere e ciò che la gente vuole sapere. E credo che molto spesso in Italia i giornalisti che dimenticano di lavorare su questo confine che al confronto Saigon era Disneyland (cit.) finiscono col credere di stare dalla parte del dovere mentre in realtà sono comodamente adagiati sul lato del volere. E infine credo che ciò avvenga perché i giornalisti italiani non hanno capito che loro devono per forza di cosa essere diversi dalla gente.

 

Sarà che ho sbagliato varie volt i quiz sulla deontologia professionale da passare per i crediti formativi, e sarà quindi che repetita iuvant, ma mi pare che troppe volte l’informazione punti (per ragioni economiche, principalmente, ovvero per vendere di più) ad assecondare i gusti e le idee dei lettori dimenticandosi della funzione diciamo “pedagogica” del giornalismo, soprattutto in un’epoca di elevata alfabetizzazione almeno nei Paesi del cosiddetto “primo mondo”.

 

Partiamo da un presupposto semplice: non tutti possono fare i giornalisti. E non possono non perché ci sono pochi posti per tanti aspiranti, ma perché molti proprio non sono in grado di comprendere cosa succede nel mondo e di spiegarlo agli altri. Non tutti sanno scrivere o comunque raccontare, non tutti sanno spiegare cose difficili con parole semplici, non tutti possono fare i giornalisti, mi pare ovvio.

In Italia, sostanzialmente (riassumendo un po’) si può dire che contro questo presupposto fondamentale agiscano soprattutto due forze: i raccomandati scarsi e i populisti. Ovvero quelli che non sono in grado di fare i giornalisti ma lo fanno per qualche ragione – figli o amici di, gente che ha iniziato quando il settore era molto più aperto e munifico – e quelli che un po’ lo sanno fare ma credono di essere bravissimi e soprattutto credono di fare del bene agli altri, e più lo credono e meno sanno fare il loro lavoro.

 

Per contrastare la prima forza contraria alla “giustizia giornalistica” credo non ci sia da fare altro se non aspettare e stare attenti. Perché io ogni volta che leggo un post razzista di Magdi Allam davvero mi incazzo a pensare a quanti soldi ha guadagnato lui dal giornalismo e a quanta fame è costretta la mia generazione e quelle a venire e anche un po’ quelle andate. Ma sono convinto che anche se mai dovesse passare la crisi non si vedranno mai più quei contratti per cui c’è gente che con la sua firma guadagna quanto un giocatore della Lazio anche se alla sua “squadra” offre il rendimento di un Pato dei tempi d’oro (quelli con Barbara). Insomma, prima o poi i vecchi bastardi fortunati andranno in pensione e con ciascuno dei loro contratti risparmiati i giornali potranno pagare una ventina di onorevolissimi stipendi.

 

Ma per gli altri, i populisti popolari, la vedo molto più tesa. Soprattutto perché mentre io parlo di confine tra ciò che la gente deve e vuole vedere, ci sono tantissimi editori che come unico confine vedono quello tra ciò che la gente vede e che quindi ti fa entrare qualche soldino con le pubblicità e quello che frega un cazzo se è bello o no ma la gente non lo vede quindi inventati qualcosa o andiamo tutti a casa.

E mi rendo conto che lavorare in emergenza permanente non è il massimo per fare ragionamenti sensati. Tipo appunto licenziare i raccomandati e cercare gente brava a fare il giornalista e non a fare robe su cui la gente clicca. O anche solo capire che togliere i finanziamenti statali ai giornali in periodo di crisi è come togliere le forze di polizia dalla strada e dire ai cittadini che lo si fa per evitare gli abusi dei poliziotti corrotti o violenti.

 

E quindi sì, contrastare il populismo è più dura che aspettare che i raccomandati si estinguano. Non che la completa realizzazione di quest’ultima sia meno utopistica, ma insomma un margine di errore ci può stare, come qualche delinquente o un pochino di disoccupazione. I populisti, invece, sono anche contrari ai voleri del Papa perché si accoppiano come conigli, e proliferano e hanno successo perché la forza del populismo è proprio il favore del popolo. Un popolo che però viene preso in giro, più o meno consapevolmente da entrambe le parti della barricata.

 

Perché anzi il bello dei giornalisti populisti è che, come dicevo, stanno adagiati nel “volere” della gente pensando di essere dalla parte del “dovere” o, ancor peggio, sul confine in cui in effetti dovrebbero stare. Pensano quindi di fare un servizio ai cittadini proprio smascherando chi secondo la propria opinione li vuole prendere in giro, e non si rendono conto di non avere capito ciò di cui parlano proprio per la loro incapacità di essere giornalisti che fanno bene il proprio dovere. Ovvero, come detto, comprendendo cose difficili e spiegandole in modo semplice. Ché se quello che non si fa capire fallisce, lo stesso vale per chi si fa anche capire ma non ha capito.

 

Facciamo degli esempi concreti. Quali sono i due argomenti che piacciono di più ai giornalisti italiani e (quindi) ai lettori-spettatori italiani? Calcio e politica. Basta, no? Chiaro a tutti quello che dico, vero? No? Vabbè, spieghiamo un minimo.

 

Iniziamo dal calcio, che è relativamente più facile. In teoria, al di là dei meri risultati per cui non serve il giornalismo ma un abbonamento a qualche pay tv, il compito del giornalista calcistico è appunto operare al meglio in equilibrio tra ciò che la gente deve sapere e ciò che vuole sapere. In pratica, mille cose: ciò che chi sta in campo e nei pressi ha detto (e, se penalmente irrilevante, voluto che si sapesse. Se penalmente rilevante magari i primi da informare sono le forze dell’ordine), le storie dei protagonisti, le ricorrenze storiche, le analisi tecniche e tattiche… Non dico di separare i fatti dalle opinioni, per carità, ma di non mescolarli fino al punto da non far capire dove iniziano gli uni e finiscono le altre.

Ogni giorno mi imbatto in ottimi esempi di giornalismo calcistico. I racconti sui vecchi campioni semi sconosciuti e che si sono impegnati socialmente, o sulle squadre dimenticate ma che hanno insegnato qualcosa; i ricordi e gli anniversari di grandi imprese o di grandi protagonisti; le analisi dei gesti tecnici e delle tattiche di squadre o allenatori; le biografie che svelano particolari inediti; i racconti di epiche vittorie o di ancor più epiche sconfitte fatti da chi dichiara il proprio amore e non il proprio odio; o anche “solo” le tante telecronache e radiocronache ben fatte e per tutti i gusti. Insomma, di cose da fare per i giornalisti del football ce ne sono, a saperle fare.

E invece cos’è che fa vendere nel nostro giornalismo sportivo? Per usare un francesismo, la merda. Ovvero appunto il miscuglio melmoso di fatti e opinioni in cui sguazzano i giornalisti e i loro lettori-spettatori. Gente che chiede la moviola in campo ma poi litiga persino su ciò che mostra la moviola, perché a volte neanche le immagini in tv chiariscono e quindi in base alla squadra per cui tifano loro e i loro lettori i giornalisti possono dire che è uno scandalo che l’arbitro o gli avversari non la pensino come loro su quei pixel sgranati. Gente che pensa che solo un complotto possa giustificare le sconfitte della propria squadra e quindi crede e fa credere cose inesistenti senza curarsi di dimostrare le proprie ipotesi. Gente così accecata dall’odio da offendere non solo giocatori e dirigenti delle squadre rivali, ma addirittura i loro tifosi, come se scegliere una squadra del cuore da bambino equivalesse a sposare intenti criminali. Gente che, molto semplicemente, ignora i fatti e li ricostruisce in base alle proprie parzialissime convinzioni.

Io ho fatto per qualche anno il giornalista calcistico, e ho imparato un sacco di cose. E ho anche letto tantissimi, infiniti esempi di bel giornalismo sportivo. Ecco, sono convinto che ciò dipendesse in gran parte dal fatto che ci occupavamo di dilettanti e giovanili, e quindi non c’era il tifo a ottenebrarci il cervello fino al punto di non comprendere più cos’è vero e cos’è… falsato (cit.).

 

 

E in politica, che da Churchill in poi non è che un’altra forma del tifo calcistico, quali sono i danni causati alla società dai giornalisti che non sanno fare il proprio lavoro ma lo fanno per grazia ricevuta o lo sanno fare un po’ ma credono di essere degli dei scesi sulla Terra per salvare i popoli dagli oppressori?

Per riassumere, visto che ormai sono andato lunghino, mi verrebbe da dire che di nuovo il problema è il tifo dei giornalisti. E in effetti è abbastanza così, anche se in politica si può cambiare squadra o ci si può perfino convincere (figuriamoci persuadere i lettori) di non essere tifosi, cosa pressoché impossibile quando il discorso si sposta da un gioco a qualcosa che effettivamente incide sulla vita di tutti noi (chiarisco: tifare in politica non vuol dire per forza avere un partito amato, ma avere delle idee su come la politica dovrebbe agire per il progresso comune, idee magari un tantino più specifiche di: bene).

 

Tifare diventa deleterio, anche qui, quando si assecondano senza alcun filtro i voleri informativi della gente senza ragionare su quanto di doveroso c’è nella professione di giornalista. E se nel calcio, per riassumere, la gente del bar sport vuole sapere che la Juve ruba (o che non ruba più degli altri, per l’altra metà degli italiani), in politica la gente vuole leggere e sentire che sono i politici la causa di tutti i loro problemi.

Per cui ci sono i giornalisti che ammettono il proprio tifo e dicono che gli altri fanno schifo, e i giornalisti che pensano di non tifare e quindi dicono che tutti fanno schifo. E poi ci sono quelli che pensano di non tifare ma dicono che tutti fanno schifo tranne qualcuno per cui loro mica tifano, no.

I tifosi dichiarati sono i meno pericolosi, e sono sempre meno pericolosi: i giornali di partito chiudono, e il Tg4 non ha mai fatto vincere le elezioni a Berlusconi, per intenderci. Un po’ più pericolosi quelli che tifano ma non se ne rendono conto, ma anche qui come per i raccomandati basta aspettare e stare attenti: per capirci, o il Fatto Quotidiano dismette lo stile travagliesco o fa la fine dell’Italia dei Valori (o del Movimento 5 Stelle, se pure non dismette lo stile grillesco-dibattistesco).

Ma i più pericolosi, i più a questo punto li definirei “coniglieschi” sempre con riferimento papale, sono quelli che non parteggiano per nessuno e dicono che tutti fanno schifo. E sono i più pericolosi perché sono i peggiori dal punto di vista giornalistico. Un po’ come, tornando al calcio, quelli che dicono che la Juve è favorita dagli arbitri e poi non guardano né a quanti rigori sono stati concessi alle squadre di vertice negli ultimi 5-6-7-8 anni né a quanti favori arbitrali hanno ricevuto le squadre che contendono il campionato alla Juve.

In questo caso, la Juve diventa la Casta in ogni sua forma ed espressione. Il governo, i consigli regionali o comunali, le grandi aziende sia pubbliche che private, associazioni e organismi nazionali o internazionali, l’importante è avere una tesi precostituita e compiere il lavoro di inchiesta giornalistica non per comprendere la verità e poi spiegarla bensì per confermare i sospetti e le ipotesi proprie e del pubblico.

 

E quindi i telefonini ci uccidono ma non ce lo vogliono dire perché sono corrotti assassini, e qualunque legge varata non è che un modo per fregare i cittadini accontentando quando va bene la Merkel quando va male le tasche dei nostri politici e dei loro amici. E perciò è inutile far conoscere ai lettori in modo onesto e non filtrato dalle proprie opinioni il parere di chi la pensa diversamente, perché noi siamo buoni e chi la pensa diversamente è cattivo o al massimo stupido.

 

In breve, cosa farei se fossi una divinità e potessi risolvere i problemi enunciati: farei capire agli aspiranti giornalisti che ciò a cui devono aspirare per un’informazione migliore è trovare posto in un’agenzia di stampa, dove i fatti non si mischiano mai alle opinioni preconcette; applicherei multe proporzionali (e superiori) al guadagno ottenuto dai giornali che pubblicano notizie in cui i fatti sono distorti dalle opinioni; vieterei alle testate giornalistiche registrate di pubblicare contenuti prodotti da chi ha ripetutamente distorto i fatti con le proprie opinioni.

A quanto pare, però, non sono una divinità, quindi l’unico consiglio che posso dare è: smettete di leggere, condividere sui vostri social, anche contestare i giornali e i giornalisti che non hanno capito la complessità del proprio dovere, o che forse l’hanno capita ma di sicuro non se ne curano. Silenzio totale, neanche una parola di critica che li faccia sentire dalla parte di chi lotta per la gente che invece stanno danneggiando. Evitiamo di parlarne, di esprimere le nostre opinioni: al massimo, una rigorosa analisi dei fatti e basta, manco una battuta. Prima o poi si estingueranno e prima o poi avremo un giornalismo accettabile anche in Italia.

 

Pizzi

 

Foto Andrea Zittel, Tellus interdum, 2011. Fonte http://www.klatmagazine.com/art/andrea-zittel/5529

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