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Un po' di tutto,
scritto bene.

L'amore di un istante

 

Il racconto di un incontro e di una rincorsa di pensieri. Ipotesi tra le righe del tempo.

 

di Elvira Ferrara

Rincorre il sogno di una vita, ormai da troppo tempo. E da troppo tempo guarda se stessa fare a pezzi i suoi umori.

Lo aveva incontrato per caso, facendo le scale di casa, uno scendeva l’altra saliva. Lo aveva amato da subito. Di lui aveva amato l’odore, come non innamorarsi di quell’odore. Il suo punto debole, il cruccio di sempre. Annusare prima di tutto, prima ancora di guardare, di baciare, di stringere. Lei aveva bisogno che lui avesse un buon odore, che lui avesse un odore di buono. E quell’uomo sulle scale profumava di vita, di posti lontani, di aeroporti, di oriente.

 

Lei credeva di essere inodore, proprio come l’acqua, eppure quell’uomo l’aveva sentita. Aveva di lei respirato il desiderio, l’energia, la spensieratezza. Lui credeva che non gli sarebbe mai più capitato, perdere la testa per qualcuno che in realtà non si conosce. Eppure il pensiero di lei non l’aveva abbandonato durante tutta la cena. Quella ragazza, giovane al punto da poter essere sua figlia, con la sua gonna lunga, il suo sorriso, la pelle ambrata, chissà come ride una ragazza così? Chissà di cosa parla, se ama la musica o il cinema? Lui continuava a chiederselo, mentre a cena venivano servite le pietanze, mentre i commensali seguivano il filo rosso di una conversazione insapore.

Lui, nel suo abito grigio, distinto, con gli occhi verdi e il suo odore di vita, le aveva invaso i pensieri. Lei continuava a domandarsi cosa ci faceva un uomo così in quel palazzo, abitato per lo più da giovani scapestrati. Se lo domandava, mentre gli amici continuavano a ripetere per l’esame del giorno dopo, mentre qualcuno molto paziente preparava una cena improvvisata per quelle menti affamate.

 

Avvolta nelle solite braccia, cercava il consueto odore. La rassicurazione e la pace che quell’uomo aveva portato con la sua apparizione. Avrebbe voluto scivolare via dal letto, uscire da quella casa e sedere sulle scale. In attesa. Aspettare che quell’uomo, che poteva essere suo padre, tornasse, magari a riprendere qualcosa lasciato in quel palazzo. E in tanto respirarne la scia. La traccia invisibile lasciata per lei.

Avvolto in lenzuola costose, con accanto la donna di una vita, annuiva alle domande di routine che lei gli sottoponeva. Era assente la sua mente, la sua fantasia e il suo desiderio. Aveva lasciato tutto su quelle scale. Avrebbe voluto scivolare via dal letto, uscire da quella casa e correre in quella strada. Correre fino a perdere il fiato, correre come se avesse vent’anni di meno; sarebbe stata quella l’età giusta, sarebbero bastati vent’anni di meno per poter avvicinare quella ragazza. Parlarle, offrirle da bere, fare due passi. Starle vicino e respirare il suo profumo.

 

Infelice la notte per amanti così distanti. Convinti che l’altro non l’abbia notato. Scoraggiatati dalle differenze. Lui adulto, impegnato, lei giovane, incurante del tempo.

È strano come il destino metta le persone su strade che finiscono per incrociarsi. Su strade di passaggio per alcuni, abitudini per altri. Lui era andato lì a trovare il figlio. Lei era andata lì a trovare un amore finito.

Incontrarsi a dispetto dell’ambiente, delle circostanze, dei fatti stessi sarebbe stato più giusto. Una realtà estemporanea in cui lei avrebbe potuto respirare l’odore di buono di quell’uomo e in cui lui avrebbe potuto stringerla a sé, accarezzarne il volto, spostare i capelli dietro l’orecchio e baciarne la guancia, il collo, la bocca. Rivivere attraverso quegli occhi, quella pelle, quel profumo una vita corsa via troppo presto.

Non si sarebbero più incontrati su per quelle scale. Lei aveva posto la definitiva parola fine a quell’amore. Lui aveva deciso che avrebbe fatto visita al figlio accompagnato sempre da qualcuno.

 

 

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