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Un po' di tutto,
scritto bene.

La cena prevedibile

 

 

Lo sapevo che sarebbe finita così...”

Eh, anche noi...”

 

Siamo in casa di G., la stessa dove ambientavo i racconti che scrivevo al liceo o all'università. È settembre, ma fa caldo anche se il cielo è nuvoloso; la tavola con la tovaglia bianca ricamata è in giardino, la vista è su un pezzo di città da media altezza.

 

Chi l'avrebbe detto?”

Tutti, no?”

 

Sì, in effetti forse è normale. Pizzette e tramezzini fatti in casa, spaghetti con le vongole, vino bianco, un posacenere che passa di mano in mano con aria più giovane di quella che ancora ci resta. Si ride, si scherza, si ascolta la musica di cd comprati in lire. Si ricorda, soprattutto, confermando a gesti le parole che furono con le cose che sono.

 

Mah, guarda, io l'avevo capito dal primo momento che sarebbe andata com'è andata...”

Va be', non dal primo momento, ma almeno da quella volta che lei...”

Ah sì sì, vero! Ah ah ah ah che ridere!”

 

Eppure l'aria è in qualche modo rarefatta, qualunque cosa voglia dire. I movimenti sono lenti e prevedibili, le parole sono scontate, nessuno ride troppo né troppo poco. Ognuno recita con sicurezza estrema il proprio ruolo, ma comunque recita. O almeno mi sembra.

 

Recitano, ma sembrano felici di farlo. Sono i miei amici di una vita, quelli di cui riconosco ogni cenno, ogni bisbiglio e anche ogni sbadiglio; insieme a loro, le donne che erano le loro ragazze e oggi sono o stanno per diventare le madri dei loro figli.

 

Le fidanzate di una vita, quelle che al primo bacio la barba di lui non era ancora cresciuta del tutto. Quelle che c'erano alla festa dei 18 anni, del diploma, della laurea. Quelle a cui madri di mezz'età tra l'ansioso e il dubbioso hanno affidato i panni sporchi dei propri figli, per farli lavare in nuove nascenti famiglie. Quelle che in teoria hanno trasformato dei ragazzi pieni di dubbi e di sostanze psicotrope in uomini pieni di dubbi e con meno sostanze psicotrope ma in grado di far progetti più a lunga durata di un Capodanno organizzato a settembre.

 

Ma dove andavi senza di me?”

In tintoria?”

Sì, bravo... Hai mai raccontato ai tuoi amici quella volta che mi hai chiamato disperato e piangevi e dicevi che solo io potevo salvarti...?”

Eh, sì, era agosto, tu eri in Spagna con le amiche e io ero rimasto da solo in città... E non c'era una tintoria aperta!”

 

In teoria, però. Perché io non le riconosco, queste donne. Non sono loro, non sono quelle “che prima non avevo mai amato nessuna, davvero”. Non sono le stesse che “stavolta è quella giusta”, “secondo me questa se la sposa” o “dopo anni sono ancora così felici...”.

 

Devo aver lasciato gli occhiali da qualche parte, non sono sicuro di avere di fronte quei volti. Soprattutto, non sono sicuro che quei volti siano quelli giusti. Mancano i segni del tempo, le rughe, i sacrifici che solcano i visi dei miei amici al loro fianco: sembrano delle ragazze che conoscevo qualche anno fa, ma ognuna di loro sembra bloccata nel tempo. Una ha l'aria della studentessa universitaria, un'altra sembra uscita addirittura dal liceo, e tutte indossano vestiti che non vedevo da un po'.

 

Torno a scrutare i miei amici, e mi accorgo che la recita si è fatta ancora più prevedibile, più lenta, più “rarefatta”, ma soprattutto che è scomparsa la felicità. Sembrano attori in carne e ossa costretti a recitare un ruolo eterno in un cartone animato, aumentando ogni giorno il tempo dedicato al trucco prima di entrare in scena.

Conoscono la parte, ma in fondo non la amano più da tempo. E, prima o poi, quei cartoni animati sono destinati a finire.

 

E io?”

E tu cosa, amore?”

 

La guardo. Non è cambiata da allora, da quando finì tutto per il solito miscuglio di incomprensioni, egoismi e differenze emergenti.

 

Capisco.

Intorno al tavolo siamo rimasti solo noi, gli attori con i segni del tempo sulla pelle. E due spaghetti alle vongole nella pentola, e le bottiglie vuote e il posacenere pieno e la musica di cui conosciamo le parole da quando ancora credevamo avessero un senso solo per noi.

 

Pizzi

 

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