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Un po' di tutto,
scritto bene.

La sconosciuta

 

La fine del mondo, un ascensore bloccato e due donne molto diverse.

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia .

(Derek Walcott) 

In principio era un sussurro, discreto come l’impronta di un paio di labbra su una tazzina. Prese a rotolare lungo una discesa di domande e, rotolando, prese velocità e consistenza, divenne voce. Scoppiò, rimpinzato di dettagli indigesti, la gente si sorprese a gridare. Un segreto sguaiato si insinuò inarrestabile, tra corridoi e spogliatoi, generando confusione, ansie, curiosità. Si insinuò sotto pelle, come le schegge.
Raggiunse i sordi, gli scettici, i cretini, e coloro che la voce l’avevano udita per primi trasalirono. Raggiunse anche lei.

Un lunedì d’estate, i giornali titolarono: Niente paura

Poi le prime dichiarazioni, le prime smentite, le prime, drammatiche, conferme.

La notizia ufficiale fu comunicata una sera di gennaio, a reti unificate. Il presidente teneva tra le labbra un tremore e tra le mani un foglio, e per un istante sembrò rimpicciolirsi sino ad annegare in quell’oceano di carta. Aveva l’espressione scevra di un padre che ingoia le lacrime per apparire sicuro. Parlò dell’America, di azioni preventive fallite, di un esercito impotente, di tentativi, finanziamenti, spedizioni, offensive, indiscrezioni: della necessità di una cauta risposta condivisa .

Il mattino seguente i giornali titolarono: Cautela e condivisione

Quell’ordigno pulsava sotto di noi, vicinissimo al nucleo della Terra chissà da quanto. Una tenia, un baco, un tumore. Forse si trattava semplicemente di un cuore, destinato a spegnersi, come tutti i cuori, solo con qualche deflagrazione in più.
Scienziati e ricercatori dissero che era stato fatto il possibile, e che il possibile non era bastato.

I giornali titolarono: Il limite dell’uomo e della scienza: arrivederci Mondo

Le copertine e le prime serate traboccavano di presentatori con il viso contrito. Preti. Vallette con gli occhi lucidi. Giovani e anziane dive con il trucco colato. Politici di destra e intellettuali di sinistra. Il Papa si dimise qualche giorno dopo, forse incapace di una preghiera così grande da bastare per tutti. Incapace di attendere il suo turno, nel traffico eterno che avrebbe intasato il Cielo, di lì a poco, con la gola grattata dal dubbio di non saper rispondere alle domande dei fedeli. Forse per paura di deluderli. Forse per confondersi tra la folla. Forse aveva bestemmiato e sciolto in una Sambuca tutta la sua devozione tradita, quella sera di gennaio: il Giudizio Universale se lo era immaginato diverso.
 
I giornali titolarono: Ansia da prestazione

Restavano solo dodici mesi.
Restavano ben dodici mesi.
Restava la rassegnazione di quelle domeniche in cui ti svegli a mezzogiorno con la bocca impastata e una consapevolezza: è tardi. È tardi per fare colazione, ma è presto per il pranzo.
In dodici mesi non puoi salvare niente e nessuno. Non puoi cambiare la tua vita e nemmeno quella dei tuoi figli, non puoi cambiare te stesso. Non puoi finire di pagare le rate. Ma hai tempo, troppo tempo, dodici pesanti scatole di tempo per realizzare che, tuo malgrado, non avrai il tempo.

Alcuni non riuscirono a reggere quell’attesa carica di rimpianti e tritolo e spensero i loro occhi prima del mondo.
Altri si accontentarono di addobbare a festa le loro ultime stanze, con acquisti folli, viaggi, vestiti, sfizi, macchine, gioielli, ristoranti, amanti e lune di miele, realizzando i sogni di una vita intera.
Molti altri chiusero la porta e spensero la tv.
Altri sparirono senza lasciare traccia.
Alcuni si sposarono.
Altri si amarono più forte.
Altri si affidarono alla fede.
Molti lasciarono il lavoro.
Alcuni fecero scelte azzardate, per la prima volta. Magari ispirandosi a quelli che erano spariti.
Altri partorirono.
Tanti altri presero in giro coloro che partivano, sparivano, morivano, si sposavano, amavano e compravano, perché loro, alla Fine del Mondo, alla fine, non ci credevano.
Ma tutti piansero, presto o tardi. Tutti trovarono un loro modo, speciale, per soffrire.

Una cauta risposta condivisa .

La notizia perse di energia e pian piano divenne il fondale a tinte forti di ogni azione drammatica. Scivolò via dalle edizioni straordinarie in prima serata, per finire sui libri, sugli oroscopi, negli articoli di fondo, tra i tabù e i versi delle canzoni. Sui diari di scuola.
Quasi impercettibilmente, si passò dal dover scegliere come vivere al dover scegliere come morire.

Così dodici mesi trascorsero in fast forward e quella mattina si alzarono tutti: quelli che avevano spento la tv, quelli che non l’avevano mai accesa, quelli che erano impazziti, quelli che avevano sperperato e quelli che non avevano creduto. Si alzarono i colletti, i baveri dei cappotti, e insieme a questi, si alzò la nebbia. Piano, come un velo di panna rappresa, come la crema del latte sulle pareti del pentolino.
Come ogni giorno, ma per l’ultima volta.

Si alzò anche Blanca. Puntuale. Fece la solita silenziosa colazione e scomparve in un lungo cappotto di lana. Appoggiò i pensieri solo per un istante sull’idea sfocata di una deflagrazione, complice il dolce dondolio della metropolitana. Qualcosa di simile a un uovo contro una forchetta. Tutto qui. Si ridestò.

Il grande centro commerciale in cui si trovava il suo ufficio sorgeva in una striscia di confine, tra il quartiere dei pavimenti riscaldati e dei giardini all’inglese e quello delle roulotte ingiallite.
Sulla facciata dell’edificio era stato montato, per l’occasione, un imponente orologio digitale, con i numeri rossi e due puntini lampeggianti tra le cifre. Avrebbe scandito la serata insieme al bagliore di due maxischermi e di una manciata di collegamenti in mondovisione. Sotto l’orologio scorrevano brillanti le réclame delle offerte speciali in corso, appositamente dedicate a coloro che destinarono quell’ultimo pomeriggio d’inverno all’acquisto di tutto quello che avevano sempre desiderato.
Piccadilly Circus, solo un po’ più macabra.

Blanca lavorò senza fretta, litigò con il capo, mangiò un’insalata di tonno, bevve un ristretto, concluse una pratica, bevve un altro ristretto, scomparve nuovamente nel suo cappotto e si allontanò, lasciando il pc in ibernazione sulla scrivania, per poter riprendere più velocemente il lavoro, l’indomani. Non salutò nessuno, perché non c’era più nessuno, quando lasciò l’ufficio. Era ancora giorno, l’ultima volta che aveva sollevato lo sguardo dallo schermo. Attraversando il corridoio pensò all’ibernazione, come a una romantica forma di resistenza.

Una volta fuori, fu investita dal ronzio di un milione di carrelli in corsa verso le casse e da un’acuta sinfonia di tacchi, alla quale unì i suoi. Le porte scorrevoli e gli altoparlanti sembravano impazziti.
Raggiunse a passo sostenuto l’ascensore principale e la vide. Tra il negozio di fiori e la farmacia. Blanca la detestò dal primo momento. Portava lo stesso suo abito di fresco lana, grigio con le righe sottili color burro, preso a Parigi durante un meeting residenziale di tre giorni, con le cuciture in vista, la giacca dalla linea sobria e il pantalone leggermente scampanato.

Perché oggi? Perché tu? ” pensava Blanca masticando fiera gli ultimi metri di pavimento.

La sconosciuta indossava un cappotto molto più largo e sformato del suo, leggermente scucito sul gomito destro. Le stava accanto, a qualche spanna; Blanca poté riconoscere l’alone opaco di una piccola macchia all’altezza del bavero e i peli rossicci di un gatto. Indossava quattro enormi buste della spesa. Posizionò di scatto lo sguardo altrove e deglutì, premendo insistentemente il tasto dell’ascensore.
Il rumore timido del sacchetto, quando si strappò sul fondo, arrivò come una mano fredda sul collo, destando Blanca dalla sua tiepida insofferenza.
Un uovo si ruppe quasi implodendo proprio sul suo stivale scamosciato, mentre le porte dell’ascensore si aprivano come un obiettivo metallico sulla scena del delitto.
Blanca chiuse gli occhi, non disse niente, si chinò per passare i polpastrelli sulla pallida lacrima di albume che le colava dal tacco, deglutì un sorso di aceto, fece una smorfia e si fiondò in ascensore affondando le mani in una salvietta profumata. La sconosciuta allineò frasi che sembravano dolci, inutili pigolii.

Sono, sono mortificata, ti pagherei una lavanderia se non fosse Oggi. Scusami, davvero scusami! ” farfugliò raccogliendo freneticamente i barattoli e le confezioni colorate che nel frattempo avevano formato un tappetino di tetrapak di fronte alla cabina. Blanca non accennò un solo gesto quando le porte minacciarono di chiudersi. La sconosciuta spinse goffamente un ginocchio di fronte alla fotocellula e si insinuò con le sue buste di plastica, il suo cappotto sdrucito e il suo vestito francese, solo senza le uova.

Non volevo sporcarti, le buste erano così piene, la spesa, per la cena dell’Ultimo, sai ” abbozzò un sorriso che rimbalzò stordito contro la pulsantiera dell’ascensore.
Blanca, senza guardarla, premette il tasto -1.

Io ti chiedo scusa, davvero, andavo molto di fretta, le mie figlie mi aspettano.
“Non si preoccupi.” disse Blanca senza coinvolgere un solo muscolo della faccia.
“Brutta giornata? Capisco il tuo nervosismo...” propose un altro timido sorriso “è un giorno particolare per tutti quanti.”
Un giorno come un altro ” sentenziò Blanca d’un fiato, senza sentimento e senza punteggiatura.

La parola altro si stagliò come un proiettile nell’istante esatto in cui, con un breve stridere di ferraglia, l’ascensore si bloccò. Inchiodato. Fermo. Muto. Non un commento, non un avvertimento. Non un messaggio, una rosa sul comodino. Una sigla. Un fax. Sospeso. Immobile. Congelato. Incastrato tra il secondo e il primo, come un tortellino in brodo, durante il pranzo di Natale.

Seguì un silenzio breve ma soffocante, rotto dal pianto della sconosciuta, premuta come una zanzara inghiottita dalla carta moschicida contro le pareti sporche dell’ascensore. Un telefono squillò e sembrava coprirne il pianto.

No, non posso restare qui. ” disse singhiozzando, con gli occhi sbarrati.
Sarà un semplice calo di tensione. Si calmi. ” Blanca appoggiò lo sguardo sulla punta degli stivali.
Mi stanno aspettando, la cena, santo cielo, devo uscire di qui! Le mie figlie sono là fuori! ” la frase fu spezzata da un singhiozzo rauco ed esasperato.
Blanca alzò lo sguardo di scatto, come interrotta nel bel mezzo di una delicata operazione chirurgica.

Si calmi, pochi istanti e questa merda ripartirà.
Le luci dell’ascensore si spensero sostituite dal bagliore bluastro dei neon d’emergenza. La sconosciuta trasalì. Blanca non si mosse e tornò a guardarsi la punta delle scarpe.

Non dirmi di stare calma! ” tirò su con il naso, rumorosamente, guardandosi intorno.
Non serve a nulla frignare. ” borbottò piano Blanca.
Ma come ti permetti?
Quello che sto cercando di dirle è che tornerà a tutte le sue faccende se mantiene la calma. ” scandì bene ogni singola parola, ma con noncuranza, senza guardarla, come si butta un paio di slip nell’oblò della lavatrice.

Dovrei essere già a casa con le mie figlie! ” lasciò cadere le buste, coprendosi il viso con le mani.
Appunto, non si agiti e pensiamo a come uscirne. ” sistemò i capelli che le erano finiti davanti agli occhi.
Qual è il problema?
Lei, signora. Non la smette di parlare da quando siamo entrate qui dentro. Non riesco a sentire i miei pensieri!
Mio Dio, saranno così in pensiero per me!
Sono passati al massimo tre minuti. Risponda al telefono se è così preoccupata! ” si sorprese a usare un tono insolitamente saccente. Ora guardava il soffitto.

Ho paura, mi stanno aspettando! ” cercò lo sguardo di Blanca, invano.
Blanca tacque.
La sconosciuta proseguì sospirando.
Devo uscire. Devo uscire. Devo uscire. Non voglio morire!
Non dica sciocchezze, non moriremo. ” socchiuse gli occhi “ Non qui. Non così. ” riprese a tacere.
Non posso rimanere qui dentro. Devo mangiare con loro stasera, insieme, capisci? Saresti preoccupata anche tu se ti stessero aspettando. ” la voce sfumò sulle ultime sillabe.
Crede che nessuno mi stia aspettando? ” Blanca sgranò gli occhi di colpo, brandendo uno sguardo carico di disprezzo in direzione della sconosciuta. Fece un passo indietro, come quando ci si allontana da un dipinto per averne una visione d’insieme.

Non... stavo dicendo questo... io... ” balbettò la sconosciuta.
Cosa le fa pensare che sia sola? ” le affondò lo sguardo nel petto.
Ma no, io...
Si tratta del fatto che non ho figli? ” lo estrasse.
Ho solo detto che è molto importante che io esca da qui!
Mentre nel mio caso non fa alcuna differenza, giusto? Se non hai figli puoi anche marcire in un ascensore! ” Blanca distolse lo sguardo di scatto per tornare ad adagiarlo insofferente sulla punta degli stivali, sbuffando forte e scuotendo la testa.

Insomma, cosa vuoi? È per gli stivali? Posso ripagarli! ” incalzò la sconosciuta.
Di certo l’essere madre non le dà il diritto di sporcare le scarpe alla gente che incontra!
Ti ho già chiesto scusa.
Ha idea di quanto costino?
Cosa credi, di avere soltanto tu i soldi per fare shopping a Parigi?
Sentiamo, da dove viene quel finto Chanel?
Ma cosa ti dà il diritto di parlarmi così? La tua valigetta? Il tuo perfetto chignon? Fammi il piacere...
Quindi è così che mi vede. Una macchina da soldi. Non voglio nulla. Ora stia zitta e pensiamo al fottuto ascensore.
Smettila di trattarmi così per delle stupide scarpe!
Già. Dovremmo pensare ai suoi figli, invece!
Dico solo che tra tre ore saremo polvere e tu ti preoccupi per delle scarpe. Le cose importanti...
La prego, racconti ancora la storia dei bambini, la scongiuro! Crede che la sua paura valga di più della mia? Crede che il solo fatto di avere una famiglia la renda una piccola eroina agli occhi di un mondo che esplode, che muore?
Non voglio stare a sentire queste cose! ” abbassò il tono e lo sguardo, scostandosi i capelli dalla fronte.
La parola 'morte'? La parola 'esplosione'? Cosa ha raccontato ai suoi figli? La favola della resurrezione?
Sei solo stressata, non sai quello che dici.
Chiaro, se una donna con una valigetta alza la voce deve essere per forza stressata. Se lo fa una madre di famiglia invece è perché stiamo parlando di una donna con la D maiuscola, giusto? Dedita ai bambini, alla casa, al focolare. Madre Teresa, la informo che saranno polvere anche tutti i suoi immensi sacrifici. Pensiamo all’ascensore adesso! Perché diavolo non risponde al telefono?
Almeno ho costruito qualcosa oltre alle unghie e ai mobili dell’Ikea.
Cosa crede, che non abbia nessuno? Eh? Che sia una specie di androide? Le do un’informazione, signora: non la piangeranno più di quanto piangeranno questo robot! Non morirò di meno! ” la voce di Blanca si fece appuntita e vagamente stridula. Le parole rimbalzavano contro il perimetro della cabina come in un flipper.

Smettila di trattarmi così!
Lei smetta di sventolarmi sotto gli occhi il suo onore di ragazza madre! La smetta di piagnucolare! I suoi figli si scalderanno qualche bastoncino di merluzzo in microonde. Non moriranno, di fame, stasera.
Ma, ma come ti permetti? Ma tu hai idea di che cosa significhi avere dei figli? Possibile che tu non veda nient’altro oltre il tuo stupido lavoro? Posso piangere, perché non ho bisogno di conservare il mio bel trucco, perché la mia non è una maschera! ” strofinò un polpastrello sotto l’occhio destro per raccogliere il mascara colato.
Cosa ne sa, lei, della mia vita? Mi sono dedicata con devozione a questo lavoro e non rimpiango nulla. Non vorrei somigliarle nemmeno un poco! ” le parole si schiantarono nell’aria, come piccolissimi proiettili su un muro invisibile.

Sai perché hai tempo di ferirmi? ” una pausa, due. “ Perché non hai proprio niente a cui pensare, oltre a te stessa! Se alzassi lo sguardo ti accorgeresti che tutto sta crollando, dovremmo stare unite, invece di litigare!
Salverà questo mondo con le sue inutili buste? Cosa crede, che passeremo qui le nostre ultime ore? Crede che trascorrerò ciò che mi resta in compagnia di una moralista con le scarpe da tennis sporche di pennarello? Fortunatamente presto saremo fuori di qui.
E se così non fosse? Oh, peccato, non potrai tornare dalla tua collezione di fumetti giapponesi e dalla tua lampada di carta di riso! ” assunse un ghigno, divertita.
Ci ho messo una vita a collezionarli! E ho comprato quella lampada con il primo stipendio da project manager. Ma cosa ne può sapere lei, di una vita che non è fatta solo di biberon e ginocchia sbucciate?!
Ma guardati, hai lavorato anche l’ultimo giorno. Hai barattato le persone della tua vita per quell’insulso vestito e qualche sfizio. ” il telefono continuava a dimenarsi, in qualche tasca.
Lei ha barattato una carriera, la sua stessa realizzazione, per una casa in periferia e un’utilitaria con i parasole ai finestrini!
Lo rifarei! ” la voce della sconosciuta graffiò l’aria. Una lacrima, più scura delle altre, si diramò lungo la sua guancia, dividendola in due. Si guardò le scarpe.

Il telefono squillò più forte, abbaiò come un cane inferocito e dominò la scena per qualche istante.
Risponda a quel telefono! ” urlò Blanca con tutta la voce che sapeva di avere in corpo.
La sconosciuta non si mosse, alzò lo sguardo lentamente, come una timida saracinesca, ma Blanca non aspettò di incrociarlo per ricominciare.

È così che rassicura i suoi bambini quando siete in difficoltà? Ma si guardi! Tornerà a casa, avrà la sua stupida cena, i giochi, le promesse, i brindisi, la prima serata, le telefonate ai parenti. Farà l’amore con suo marito senza far rumore e le resterà altro tempo per piangere. Ma ora smetta di singhiozzare, per Dio, e risponda al telefono! Sarà la sua famiglia! Li tranquillizzi invece di ammorbarmi!
Cosa vuoi che faccia? Che ti invidi? Ti placherebbe? Cos’è che ti ha resa così arida? ” sembrò sussurrarlo. Le forze parvero abbandonarla, insieme alle parole appena pronunciate. Ondeggiò, traballò, tornò eretta.
Presto sarò a casa mia e lei sarà solo il ricordo del ricordo della fotocopia sbiadita di una voce tra le tante di questa maledetta giornata! Quindi taccia!



Tutto bene? ” la voce si intrecciò a quella stridula di Blanca, come un’allucinazione.
Tutto bene lì? ” ripeté. Proveniva da un punto impossibile da rintracciare.
Una vocina androgina, calda.
Sto cercando di far ripartire l’ascensore attraverso il generatore principale, è sovraccarico a causa dell’orologio, è solo questione di tempo. È importante che lei non si agiti. Non la abbandonerò. Può sentirmi?
Blanca rispose di sì, con un profondo urlo che le sollevò le pareti del petto come una piccola ventosa. Il vano sembrò dondolare.

Nel silenzio che seguì il tempo sembrò riavvolgersi. L’aria si riempì di quel profumo che segue i temporali e le corse a perdifiato sotto le tettoie.
Il cellulare continuava a squillare, ma sempre più piano.
La sconosciuta seguitava a piangere senza emettere alcun suono, fissando la pulsantiera, come se potesse, da un momento all’altro, parlare e dire la sua. Blanca si lasciò cadere elegantemente e si sedette sulla valigetta. Guardava un punto lontano anni luce, con un sorriso piccolissimo sulle labbra e la frangetta leggermente spettinata.

Le liquirizie... ” sospirò Blanca.
Cosa?
Le liquirizie Haribo! ” il sorriso si schiuse completamente. Guardava un sacchetto che sporgeva dalle buste della spesa, in un angolo della cabina.
Le mie figlie le adorano...
Con i denti prendevo un’estremità e tiravo fino a quando la rotella non diventava una cordicella. ” il sorriso iniziò ad aprirsi.
Immaginavi di essere così piccola da poterla usare come corda per saltare...
Oppure come canna da pesca, per pescare pesci di liquirizia in un oceano di liquirizia...

Mi mancherà, la liquirizia. ” aggiunse Blanca abbassando lo sguardo.
Dopo qualche secondo la sconosciuta schiarì la voce e sorrise di rimando.

A me mancherà lo sciroppo alla menta. D’estate, dopo aver messo a letto i bambini, io e mio marito prendiamo le sedie e andiamo in balcone. Viviamo in periferia, il nostro balcone si affaccia su un cortile interno, sulle biciclette coperte di ruggine e sui palazzi scrostati dal tempo. Nessun panorama mozzafiato. Però, le sere d’estate, c’è qualcosa che lo rende romantico. È la piccola finestra di una mansarda, dall’altra parte della strada, dove la luce resta accesa fino a tardi. Sulla parete hanno dipinto un grande volto di donna. Sembra Audrey Hepburn, Brigitte Bardot. Uno di quei ritratti immortali. Le lampade tendono al rosa. Mi piace pensare che ci viva un timido artista, innamorato della sua dolcissima parete. Mi piace la sua solitudine. Mentre immagino storie per la mia finestra, mio marito mi racconta la sua giornata, beviamo latte e menta. Il latte e menta ha sostituito le sigarette, con la nascita della seconda. Così non moriremo.

Blanca stava disegnando cerchi invisibili sulle tasche del cappotto, con i polpastrelli.
Le prime liquirizie le compravo con i soldi della paghetta, al bar davanti alla scuola. Ne compravo un sacchetto per mille lire. Prima che mio padre tornasse a casa lo avevo già finito. Quando andai all’Università cominciai a comprarle al distributore automatico della biblioteca. Ogni due capitoli una confezione. Ma mentre preparavo l’esame di inglese mi accorsi che mi faceva gonfiare le pareti della bocca e la lingua, il gonfiore durava giorni. Per questo ho rinunciato alla liquirizia. Oggi mi accontento dei suoi surrogati: caramelle alla liquirizia, liquore di liquirizia, tè alla liquirizia. Mi mancherà la liquirizia, perché già mi manca e mi è mancata.
Il telefono emise un flebile rantolo e smise di squillare.

Tutto bene? ” ora la voce androgina usciva dai forellini della pulsantiera. Era più metallica, eppure calda. “ Abbiamo spento l’orologio. Il generatore è acceso. Tutto risolto.
L’ascensore si aggrappò all’ultima sillaba e fece leva per tirarsi su. Salì qualche metro e giunse al piano.

Mi dispiace. ” dalle sue labbra uscì un soffio di aria calda.
Non fa niente. ” l’aria calda rientrò nella bocca.

Quando le porte si schiusero, Blanca si trovò davanti a molte paia di occhi incuriositi.
Si sente bene, signorina? ” e ancora “ Oh povera ragazza, tutta sola in ascensore! ” e altri “ Avrà avuto molta paura! ” e infine “ Fossi in lei, farei causa al Centro!

Blanca scrollò le spalle, sorrise e si allontanò, gettando un ultimo sguardo all’ascensore, ancora spalancato, in una smorfia congelata, come le fauci di un mostro di metallo.
Scese le scale. L’atrio del centro commerciale era ormai deserto, le luci spente del supermercato le diedero un brivido ma non rallentò il passo.
Varcò la soglia e una folla compatta l’accolse con uno scrosciante applauso. Non era per lei, ma per la riaccensione del grande orologio, e in parte per la neve che aveva cominciato a cadere.
Pensò al bianco, allo spazio per scrivere, alla prima pagina del quaderno a quadretti. Guardò le chiamate perse sul display del telefono. Guardò l’orologio.
Un’ora. Disse l’orologio. Femmina, unica, ultima, piccola, flebile, preziosa, tacita, vibrante, pulsante. Una.

C’è tutto il tempo. ” sussurrò Blanca, aprendo un sacchetto di liquirizie.

Silvia Mascolo


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