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Un po' di tutto,
scritto bene.

Onestamente

 

 

Il punto di vista di Francesca Gruppi, segretaria del Circolo SEL San Salvario (Torino), su quello che sta vivendo la nostra città e il resto d'Italia in questi giorni

 

Ieri sera sono passata da piazza Palazzo di Città al “Presidio spontaneo per non lasciare le strade in mano ai forconi”. L'ho fatto perché di questi giorni convulsi mi avevano colpito soprattutto i segnali di fascismo: appelli al popolo italiano, slogan che evocavano la marcia su Roma, tricolori, presenza acclarata di gruppi dell'estrema destra, minacce ai negozianti. Il primo impulso, il richiamo viscerale, è stato di reagire prontamente a tutto ciò. Per questo ero davanti al Comune. Eppure, dopo poche decine di minuti, ho cominciato a provare un forte senso di disagio; proverò a spiegare perché.


In piazza ho incontrato tante persone che conosco, amici di una vita, compagni con cui sono cresciuta e ho militato a scuola, nelle associazioni studentesche, all'università, compagni che ho conosciuto negli ultimi anni in SEL. Persone per bene, democratiche, colte, antifasciste, persone molto impegnate, ma anche persone – lo dico con grande affetto – che da anni vedo scendere in piazza solo il 1° maggio.

Qualche compagno più radicale, arrivato già scettico, mi ha detto “guarda che però questa è la piazza dei professori. Ho scosso la testa. Ma no, no. Fino a quel momento le riflessioni di coloro che invitavano a guardare senza pregiudizi il movimento dei “forconi” mi sembravano un po' social-romantiche. Non è un caso però che giungessero proprio da chi si era preso la briga, per curiosità o per lavoro, di mettere il naso in strada e provare a dialogare con quelli che c'erano.


Sì, la piazza di ieri sera era in gran parte un raduno della sinistra bene, del ceto medio riflessivo, in taluni casi della borghesia illuminata. Non ho nulla contro le persone che c'erano, anzi, sono i miei amici, io sono come loro, pur nell'attuale e forse strutturale precarietà delle condizioni. Però dobbiamo riflettere, e molto, sulla divaricazione sociale tra queste piazze e sul fatto che la "sinistra" si sia trovata a suo agio di qua e per nulla di là.
All'indomani della vittoria di Renzi alle primarie del PD, ho scritto che non dovevamo perderci d'animo, perché c'è infinita sinistra, solo che è fuori di noi. Intendevo dire che la sinistra è un campo potenziale che si costruisce e ricostruisce nei luoghi della sofferenza e del conflitto sociale come rivendicazione di giustizia ed emancipazione. Non ho mai sopportato l'espressione “il popolo della sinistra”, ancor meno “il popolo del centro-sinistra” (una vera “idea senza parole” questo centro-sinistra, che sarà mai?): è una dichiarazione di autoreferenzialità, di conservatorismo.

 

Ecco, vorrei essere coerente con queste mie opinioni, perché mi preoccupa che un riflesso condizionato socio-culturale mi abbia indotta a smentirle nei fatti.
Io dico, banalmente, compagni, che la reazione nostra non può essere un forte abbraccio collettivo tra noi tutti con al centro, fredda e totemica, la Costituzione Italiana. Il fascismo, se c'è, va riconosciuto, va nominato, va condannato, ma non chiamiamo i giovani delle periferie che vediamo in piazza Castello “tamarri”, gente che “fa la rivoluzione col pile rosso”, ultras. Oggi un compagno bravo, un commerciante, scrive che noi, che abbiamo fatto politica, non comprendiamo la lingua di quella manifestazione, in cui si esprimono però drammi sociali ed esistenziali veri, anche se testimoniati in maniera confusa e contraddittoria.


Che fare? Dobbiamo andare in mezzo a loro, come Askatasuna in questi giorni? Andarci diversamente? Non saprei. Mi piacerebbe però che quella di sabato 14 (COTA RIMBORSACI - Giornata di mobilitazione cittadina) non fosse una contromanifestazione. Là ci saranno gli studenti universitari, ci saranno i lavoratori, altri soggetti sociali che vivono la crisi e hanno la dignità e l'autorevolezza per tessere, forse, un dialogo con gli altri. Soprattutto, ci saranno le scuole, il campo sterminato in cui tutto germoglia e tutto può germogliare. È importante stare accanto a loro.
Dobbiamo trovare il modo, la sinistra deve trovare il modo di rompere il legame tra frustrazione sociale e rancore e contribuire a ricostruire, con chi oggi soffre gli effetti della crisi e dell'austerity, un orizzonte di emancipazione e giustizia sociale, oltre che una dimensione di solidarietà. Non lo possiamo fare stringendoci a coorte. Lo dico in contraddizione con cose diverse che ho sostenuto in questi giorni. Ricordiamo: “bandiera rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”. Il più povero, non il più democratico, non il più antifascista.

 

Francesca Gruppi

 

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