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Un po' di tutto,
scritto bene.

Tutta colpa del posto fisso

 

 

Oggi è stato indubbiamente uno dei giorni più felici della mia breve carriera lavorativa. Dopo anni di sofferenza, disperazione, pessimismo e tragedie umane, per una volta ho visto un gruppo di ragazzi lottare per una causa positiva, con speranza, entusiasmo e ottimismo. E ho visto questi ragazzi farcela, ricevere una notizia positiva.

Ho visto una grande azienda, leader nel suo settore a livello internazionale, assumere ventiquattro risorse contemporaneamente, e so che altrettante ne assumerà nei prossimi giorni. Questo dopo aver dovuto affrontare per oltre quattro anni aziende che chiudono, che riducono il personale, che tagliano con l'accetta senza pietà, ex imprenditori che scivolano nel baratro dei disoccupati senza speranza di rivincita.

 

 

Oggi ho visto tutto ciò che rimane di positivo per chi lavora di questi tempi nel settore risorse umane. Eppure non posso dissimulare una certa amarezza nei confronti di un quadro così apparentemente idilliaco. Si tratta di ragazzi molto giovani, con un'età media che oscilla tra i 20 e i 23 anni. Un livello di istruzione media (qualifica o diploma tecnico), brillanti, automuniti, con una buona conoscenza dell'inglese. A dispetto della crisi che attanaglia la maggior parte dei loro coetanei, loro hanno sempre lavorato fin dal termine del proprio percorso di studi, talvolta in regola talvolta no, adattandosi a tutto ciò che trovavano e senza preoccuparsi di far valere il "pezzo di carta". Molti praticano sport, fanno attività di volontariato, hanno una vita sociale ricca. Provengono dal Piemonte, ma anche dalla Lombardia. Dalle grandi città o da qualche piccolo centro.

 

Eppure alla fatidica domanda, tanto casa a noi operatori del settore, "Come ti immagini tra 5 anni?", la risposta è stata identica, quasi fosse una litania: "Con un posto fisso in una grande azienda". Mi è sembrato di sentire 24 volte mio padre. Il posto fisso, la grande azienda, la sicurezza della pensione. Ecco quali sono gli obiettivi principali di quella che possiamo considerare la migliore generazione di ventenni del nostro Paese.

 

Provo a far notare loro la riduttività della loro visione, la stabilità lavorativa a discapito di ciò che veramente può piacere, entusiasmare, arricchire, essere realizzato. Mi rispondono a tono: "Senza un posto fisso nessuno ti considera. Se vuoi chiedere un finanziamento nessuno te lo fa".

Poi riavvolgo la pellicola di circa un decennio, quando avevo la loro stessa età: sognavo di scrivere, di diventare una famosa giornalista sportiva, di cantare in un gruppo, di trasferirmi all'estero e fare carriera, magari in Spagna, di passare almeno qualche mese della mia vita negli Stati Uniti, e magari anche in Australia, di fare volontariato, di adottare un bambino. Il lavoro era tutto ciò che mi avrebbe consentito di aiutare la mia famiglia a mantenermi durante gli studi universitari, a pagarmi le uscite della sera e magari l'interrail con gli amici d'estate. Ma erano lavoretti di contorno, più saltuari e flessibili possibile per intersecarsi negli spazi lasciati liberi dal perseguimento dei miei obiettivi principali, appunto per non pesare troppo sulle finanze familiari e iniziare ad assaporare quell'indipendenza economica per le cose futili.

 

Di fisso volevo solo l'impegno per andare avanti. Poi scorro rapidamente la lista delle persone che allora avevo attorno, e vedo la stessa voglia di sognare, di scoprire, di spaccare il mondo. L'unico finanziamento pensabile erano i due euro che ci consentivano una birretta durante l'happy hour. Di chi è la colpa?

Oggi 24 ragazzi di vent'anni sono stati assunti a tempo indeterminato all'interno di una grande azienda, leader mondiale nel suo settore. Per ogni ventenne in questa posizione c'è un trentenne precario, con un livello di studio alto (laurea o master), disilluso, che si sposta con i mezzi pubblici o in bicicletta per sentirsi giovane, con una buona conoscenza di almeno due lingue straniere (una delle quali acquisita durante un soggiorno all'estero), che dal termine del suo percorso di studi ha saltellato da uno stage all'altro, quasi sempre per la gloria, e che ormai maledice di avere quel titolo di studio per cui tanto ha lottato. Non pratica sport se non in casa, fa volontariato illudendosi di avere un contratto flessibile, ha una vita sociale fortemente minata da tutto ciò che gira attorno al lavoro.

 

Ecco, a quei trentenni io evito accuratamente di porre la fatidica domanda "Come ti vedi tra 5 anni?"

 

Francesca Sferrazza Papa

 

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