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Un po' di tutto,
scritto bene.

Uno di noi

 

 

 

Abbiamo tutti un sacco di nomi, come ci insegna la pubblicità della Nutella. Ma ancor più numerosi sono i “noi” che abbiamo e che collezioniamo per tutta la vita. Un io che in ciascuno si lega a qualcun altro, a tutti gli altri, a seconda degli anni, dei giorni e delle ore (e se li conti anche i minuti, direbbe De Andrè): io e la mia famiglia, io e i miei amici, io e la persona che amo e che domani magari non amerò più. Sono noi “affettivi”, un po’ per scelta e un po’ per forza.

Ma poi ci sono moltissimi altri noi, meno sentimentali ma non meno sentiti: noi italiani, noi europei, noi uomini, noi donne, noi giovani, noi vecchi. Masse più o meno indistinte, prime persone plurali che in realtà sono solo la somma di tanti e scollegati io.

Infine ci sono i “noi” temporanei, noi obbligati che rappresentano pezzi di vita e percorsi più o meno obbligati: noi della 3ª D, noi della squadra di calcio del quartiere, noi del palazzo. E noi professionali: noi ingegneri, noi dipendenti pubblici, noi imprenditori, ma soprattutto (semplicemente) io e i miei colleghi di quel periodo. Noi che abbiamo lavorato insieme, per poco o per tanto.

 

I lavori che ho fatto nella mia vita non sono pochi, ma non sono molti quelli per cui conservo il ricordo di un noi ben preciso. Uno di questi, forse il più bello, è il “noi” di chi ha lavorato al Corriere Sportivo insieme a me, tra il 2003 e il 2008. Soldi quasi niente, responsabilità molte e crescenti, orari tendenti al disumano, imprecazioni e bestemmie che erano l’eco costante delle domeniche passate a prendere risultati, a fare telefonate, a scrivere pezzi, a impaginare mangiando panini che riempivano la tastiera di briciole pur di mandare il giornale in tempo alla tipografia.

 

Di quel noi ho una vagonata di ricordi, dalle prime collaborazioni allo stress del caporedattore. Ricordo le trasferte, il freddo e il caldo a bordo campo, ma soprattutto lo scantinato di via Borgaro 88 bis, dove c’era la nostra, appunto, redazione. Il tappeto di mozziconi sui gradini fuori, la puzza di sudore dentro, le chiavette della macchinetta del caffè che sparivano sempre, le riunioni in cui mi prendevo meritati cazziatoni.

E poi le storie, i racconti, i pezzi di vita: la parte che preferisco.

 

Andrea si occupava di calcio a 5. Competente, preparato, grande lavoratore: a essere sinceri non ricordo molto di lui, a parte le sue idee politiche diverse dalle mie e la stessa fede calcistica. Ma non dimenticherò mai quel giorno in cui rimanemmo ad ascoltarlo per mezz’ora. Era appena tornato da una finale di Coppa Italia di serie B, o qualcosa del genere, tra una squadra torinese, di cui lui era anche addetto stampa, e una squadra campana. Era appena tornato, e aveva ancora gli occhi sbarrati per la paura e la rabbia mentre ci raccontava di minacce all’aeroporto, di avvertimenti, di coltelli esibiti e puntati contro la schiena di chi stava a bordo campo, di un dirigente di mezz’età che proprio per una coltellata ci rimise un testicolo, degli arbitri che pregavano la squadra torinese di perdere per evitare guai peggiori e della rassegnazione con cui quella richiesta fu infine accolta. E del ricorso incredibilmente rigettato dalla Federazione, cui non erano arrivate segnalazioni dagli arbitri evidentemente troppo spaventati.

 

Andrea raccontava, gesticolando, puntandomi l’indice contro la schiena per rappresentare il coltello, facendo no con la testa mentre tirava fuori dettagli sempre più assurdi. Andrea raccontava e noi ascoltavamo, prima con mezzi sorrisi, poi con espressioni sempre più sconcertate.

 

Noi ascoltavamo. Noi. Un noi di cui Andrea non fece parte per pochi minuti, e in cui rientrò alla fine della storia tra le pacche sulla spalla e le immancabili bestemmie di un gruppo di ragazzi (e poche, purtroppo, ragazze) con il sogno di fare i giornalisti.

Un sogno in cui abbiamo creduto tutti, e in cui tutti noi crediamo ancora, anche se forse con meno illusioni e molte più delusioni. La delusione di vedere che capacità e impegno non bastano per portare a casa uno stipendio. Ma anche l’energia, l’adrenalina che ci dava quando ci sentivamo realizzati per qualche minuto, dopo una notizia scovata un po’ per talento e un po’ per caso.

 

Ieri Andrea ci ha fatto sapere un’altra notizia, un’altra storia. Ma non ha potuto raccontarla a nessuno, né a chi è rimasto in contatto con lui anche dopo il Corriere Sportivo, né a chi – come me – lo aveva perso di vista. Una storia con molti lati oscuri, e una notizia che nessuno di noi avrebbe voluto conoscere.

Per salutare Andrea, riporto le parole di Francesca: una di noi, appunto. Ciao.

 

Collega, amico, compagno di merende, quelle che non erano ne pranzi ne merende, che consumavamo davanti al computer parlando al telefono la domenica pomeriggio, di sigarette condivise nel sottoscala tra sudore e zanzare mentre la gente normale prendeva il sole in spiaggia, di mille caffè rancidi ingurgitati alla macchinetta aspettando un attimo di tregua dalla tempesta del weekend. Ci hai fatto sorridere con i tuoi racconti grotteschi delle trasferte campane. Abbiamo condiviso gioie, ansie, risate e frustrazioni, poi le nostre strade lavorative si sono separate ma la stima e l'ammirazione reciproca non ci ha mai abbandonato. Ci distingue come un marchio di fabbrica. Noi generazione che ha sognato di raggiungere traguardi per i quali ha sacrificato il tempo dei migliori anni della nostra vita, e che si ritrova a trentanni a masticare il gusto amaro della mediocrità, del "meglio che niente", della disillusione cronica. Noi, mestiere di merda che a volte ci fa sentire vivi. Voglio ricordarti così, in una delle ultime cene insieme quando ancora ci credevamo. Buon viaggio.

 

Pizzi

Commenti   

 
0 #1 Roberto 2013-10-26 14:15
ANDREA, la tua sete di vita ti ha portato a lasciarci troppo presto. Appartieni a quella categoria di uomini la cui anima vale sopra tutto. E’ stato un onore per me essere tuo amico. Il tuo casellone
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