Dietro l’obiettivo – Un faro dalla collina

10 Ottobre 2013 0 Di Pizzi

 

Fare il fotoreporter significa vedere le cose da un punto di vista diverso. In questo caso, ancora di più: un privilegio unico, letteralmente

 

di Daniele Solavaggione

Uno dei grandi vantaggi del mio lavoro è quello di poter osservare le cose da una prospettiva unica e irripetibile. Il tutto nasce dalla solita telefonata che mi commissiona il servizio: “Domani devi andare a documentare il cantiere del Faro della Vittoria al Colle della Maddalena, prima che smontino il ponteggio”.

Ora, se già mette un filo di pressione fare la foto a un posto da cui non si potranno fare mai più a meno di non farsi spuntare le ali, la ciliegina sulla torta sta nel fatto che il restauro del faro è stato finanziato da Fiat ed Exor.

Mi ricordo benissimo la conferenza stampa di presentazione dei lavori, in cui un certo John Elkann, alla presenza di un tal altro Sergio Marchionne, disse che lui e la sua famiglia tenevano particolarmente a quel monumento, fatto erigere dal nonno di suo nonno nel 1928. Quindi, armato di una pazienza certosina e con un principio di ulcera alle ore 9:15 (appuntamento alle ore 10:30), mi trovo sul piazzale davanti al faro impacchettato.

 

Entriamo nel cantiere: la sensazione di poter vedere da vicino e toccare un monumento che di solito si vede dall’esterno è indescrivibile. Il faro ricorda molto in piccolo la Statua della Libertà, fotograficamente la difficoltà sta nel fotografare ogni sua parte sempre vicino a una persona per dare l’idea delle dimensioni. Uso naturalmente un obiettivo grandangolare, gli spazi sono molto stretti e bisogna inserire nell’inquadratura più elementi possibile.

Una delle componenti più affascinanti è il viso. Scopro dalle persone che mi accompagnano che per le fattezze della “Vittoria” ha posato una modella dell’epoca, una donna realmente esistita, il cui viso rimarrà eternamente scolpito nel bronzo. Dedico molto tempo a fotografare quel volto in ogni suo particolare, sempre ricordandomi la regola della persona vicina prima enunciata.

Poi saliamo all’ultimo livello, dove si trova la fiaccola con il faro vero e proprio. Devo ammettere che mi aspettavo una sorta di megalampadina gigante, invece trovo tre lampadine, due leggermente più grandi della media e una più grande, seppur non di molto.

 

Mi spiegano che in realtà il vero fulcro del faro è lo specchio posto di fronte alle lampade in questione. A questo punto mi sorge spontanea una domanda: ora c’è il ponteggio, ma per la manutenzione come si fa di solito?

L’addetto che ci accompagna a quel punto apre una botola sulla testa del faro e mi mostra una ripida scalinata interna tramite la quale si arriva appunto sulla testa. Da lì poi opportunamente imbragati e tramite gradini semi nascosti si arriva tramite un tortuoso percorso alle lampade. E pensare che a casa bestemmio quando devo prendere la scala per cambiare la lampadina del bagno…

 

Nel frattempo si alza la nebbia e ne veniamo avvolti, siamo circondati da un nulla biancastro in un posto dove tra qualche giorno nessuno metterà più piede. Ciò aumenta le sensazione di privilegio per la possibilità di vivere un’esperienza simile, e responsabilizza ancora di più chi la deve raccontare a parole o per immagini. Il giro continua, non vorrei più scendere, ma alla fine a malincuore torniamo all’inizio della scalinata. Ancora il tempo di fotografare l’impalcatura che avvolge il faro e la partenza della scala interna e il giro finisce, ora non resta che pregare di aver fatto un lavoro decente.

Male che vada il prossimo restauro, invece che documentarlo, lo seguirò sperando di essere assunto come bassa, anzi bassissima manovalanza…

 

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