Dietro l’obiettivo – Questione di punti di vista

24 Dicembre 2012 0 Di Pizzi


Daniele Solavaggione, fotoreporter professionista dell’ Agenzia Fotogiornalistica Reporters SRL , illumina con il suo flash il punto di vista di chi sta dalla parte dell’obiettivo che di solito sui giornali non si vede

Mi sono sempre chiesto se a qualcuno potesse mai interessare il “ dietro le quinte ” di una fotografia .
Molti credono che sia sufficiente trovarsi nel posto giusto al momento giusto e muovere semplicemente un dito, ma le cose non stanno affatto così. Secondo il titolare di questo blog potrebbe essere interessante raccontare cosa succede dalla parte opposta dell’obiettivo.

Nel settanta per cento dei casi, lo scatto è solo la fine di un lungo processo produttivo . Tenendo sempre presente che chi fa il mio lavoro, ovvero chi racconta per immagini, deve obbedire in ogni caso a questa regola: “ il fruitore della fotonotizia deve essere in grado di capire l’accaduto senza leggere la didascalia ”. Più ci si riesce ad avvicinare a questa regola d’oro, e più il lavoro del fotoreporter è compiuto.

Per arrivarci, bisogna quasi sempre cambiare il punto di vista “comune”. Ad esempio, se devo fotografare la scena di un incidente devo potermi alzare, in modo da avere una visione panoramica . Oppure devo cercare di inserire nelle immagini le famose 5 W del giornalismo ( who, what, when, where, why :  chi, che cosa, quando, dove, perché), regole fondamentali che ogni reporter o presunto tale deve conoscere assolutamente. Ok, sto divagando, veniamo ai fatti.

In occasione dei 150 anni della Mole Antonelliana , festeggiati il 15 dicembre scorso, due alpinisti hanno deciso che il modo migliore per celebrare degnamente il monumento simbolo di Torino fosse quello di… scalarlo come una montagna .
L’inizio della scalata era previsto per le ore 19: naturalmente, come si deve fare sempre in questi casi, io sono arrivato sotto la Mole con un’ora di anticipo. Mentre osservo fotografi e cineoperatori intenti a preparare la loro attrezzatura, mi viene in mente che il modo migliore per rendere fotograficamente la scalata sarebbe quello di riprenderla dall’alto ; quindi vado subito all’ingresso della Mole per vedere che aria tira.

L’esperienza mi insegna che di sicuro troverò una persona gentile, ma risoluta, che mi dirà con gentilezza e risolutezza che non hanno previsto di fare delle foto da sopra e che non crede sia possibile fare questo tipo di fotografia. All’ingresso, infatti, trovo una gentile e risoluta fanciulla che mi guarda sorridendo.

E alla mia domanda: “ Buongiorno, sono il fotografo della Stampa, ho pensato che sarebbe bello poter fotografare l’impresa dall’alto, può farmi parlare con qualcuno che mi possa autorizzare? ”, la sventurata risponde: “ Guardi, non abbiamo previsto un’eventualità del genere, ma cerco di farla parlare con qualcuno che la possa autorizzare… ”.

A questo punto, so già che per me inizierà un’altra “ scalata ”, una risalita della piramide di comando per arrivare a qualcuno che possa dare la tanto anelata autorizzazione . Molti sono gli ostacoli possibili in questa scalata: un addetto stampa che non si trova, un qualsiasi problema organizzativo che fa passare in secondo piano la mia richiesta, un responsabile scazzato che ha litigato con la moglie e non ha voglia di rogne, e via discorrendo…

Fortunatamente stasera il mio karma è in buona, e dopo dieci minuti si presenta una gentilissima addetta stampa che mi invita a salire al tempietto della Mole per scattare la mia foto. Mentre aspetto l’ascensore, pregustando la mia originale fotografia, mi sento chiamare; riconosco subito la voce del collega fotografo di Repubblica, che con tutta la naturalezza del mondo si avvicina rivolgendo alla gentile addetta stampa le seguenti parole: “ Ah, vedo che si può salire sopra, non credevo si potesse, meno male che sono entrato a prendere un caffè, così salgo con Daniele… ”.

Naturalmente, mettersi a bestemmiare davanti a un gruppo di persone in coda, a cui tra l’altro hai soffiato il posto, non è una bella mossa; quindi abbozzo, saluto il collega e lo invito a entrare in ascensore, con la voglia di fargli lo sgambetto e di procurare un incontro tra la sua testa e il mancorrente. Lui al Pronto, io unico a fare la foto da sopra.
Dopo il tragitto in ascensore, arriviamo al tempietto; appena esco dalla porta scopro che tira una “leggerissima” brezzolina, e la mia impressione è avvalorata dal fatto che gli astanti sul balconcino hanno assunto un bel colore blu-violaceo.
In ogni caso ormai non mi posso più tirare indietro, e mi accingo a raggiungere il lato dove avverrà la scalata; in quel momento mi ricordo che il terrazzo della Mole è circondato da una rete , a maglie larghe, ma pur sempre una rete.

Domanda: “ Come si può far passare una reflex di tre chili con relativo obiettivo attraverso le maglie di una rete, ma soprattutto come si può fare a inquadrare nel mirino della suddetta reflex quando la macchina è sospesa nel vuoto?
Allora, una domanda alla volta… Per quando riguarda la rete, mi accorgo che è inframezzata da aperture dove ci sono delle specie di palle di marmo che fanno da elemento decorativo. Quindi lego la cinghia della macchina fotografica al polso e provo a sporgerla fuori, per vedere fin dove arrivo.

In quel preciso momento, come in un film si materializza davanti ai miei occhi questa scena: la cinghia si slega dal polso, la macchina foto cade, centra in faccia il primo alpinista che cade tramortito, centrando il secondo alpinista, e tutti e due precipitano nel vuoto per terminare la loro corsa maciullandosi su una folla di persone con lo sguardo verso l’alto.

Fotografo sbadato causa strage ”: ecco il titolo del giornale di domani. E soprattutto, essendo qui sopra, perderei tutte le foto della strage stessa. Tocca cambiare strategia.
Allora metto la cinghia attorno alle famose palle di marmo, salgo sul muretto tra le grida disperate della povera addetta all’ascensore, a cui giuro di essere assicurato, e la mia macchina è finalmente nella posizione giusta per scattare. Tra l’altro la mossa si rivela vincente anche perché la leggera brezzolina ha trasformato le mani in due blocchi di ghiaccio, quindi la presa sul “pezzo” è assai precaria. A questo punto, essendo la macchina sospesa nel vuoto e io no, non resta che inventarmi un modo per inquadrare attraverso il mirino che si trova a tre metri dal mio occhio.

In questo caso mi viene in aiuto la tecnologia: la mia Nikon, fortunatamente, ha la possibilità di usare il retro display in cui si vedono le immagini anche come schermo per inquadrare. Quindi finalmente posso iniziare a scattare mentre i due alpinisti salgono.

Le cose filano lisce, a parte il vaffanculo che leggo negli occhi di uno dei due alpinisti nel momento in cui mi passa davanti e io gli dico: “ Fammi un saluto ” (ho realizzato dopo che le mani  gli servivano per scalare…). Dopo il passaggio dei suddetti scalatori, e ormai giunto a una temperatura interna non superiore ai 30 gradi, smonto tutto l’accrocchio e mi faccio riportare subito a terra, per correre al Monte dei Cappuccini , da dove potrò fotografare lo spettacolo di luci che ci sarà quando i due raggiungeranno la stella.

Fortuna che in zona c’era anche un mio collega, comunque, perché ho poi scoperto che ci hanno messo meno tempo loro a scalare la Mole dal tempietto alla stella che io ad andare a piedi da via San Massimo al Monte dei Cappuccini .

Daniele Solavaggione


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