Il pranzo della domenica

17 Novembre 2012 0 Di Pizzi

Foto di Stefano Scaramuzzo

Dove vivo, c’è un cortile interno, attraversato come un immenso arazzo ricamato da decine di fili tesi, ghiotti di calzini colorati e magliette bianche sdrucite. Qualche volta la signora dell’ultimo piano mette a stendere dei peluches. In ordine di grandezza.
Dove vivo l’italiano è una rarità, riposta con cura e discrezione dietro la scrivania del materassaio, sotto il bancone del bar in cima alla via; se potessero ti venderebbero anche quello, a prezzo maggiorato, come i migliori prodotti di artigianato locale.

Dove vivo c’è una cabina telefonica rossa, di quelle che incontri soltanto a Londra o nelle cartoline delle vecchie zie: i pezzi, incrostati di incuria e tempo, sono tenuti insieme da una spessa catena con il lucchetto, che quasi brilla nel suo farsi timido ombelico della ruggine. E di tutte le storie che potrebbe raccontare. Chissà quanti litigi, le minacce, i contrabbandi, chissà quanta vita ha sudato sulla cornetta.
Se si trovasse appena trecento metri più in là, all’ingresso del Quadrilatero Romano o di Via Garibaldi, avrebbe un’aureola di fiori ed erbetta, sarebbe lucida, di cure amorevoli, vernice, lacca e sguardi nord europei incuriositi. Probabilmente esisterebbe un biglietto da pagare per guardarla.
Una sua fotografia su qualche guida turistica.
Ma la cabina se ne sta qui. Dove vivo io. Pesante, austera, impercettibilmente fiera, burbera: un’anziana emigrata decisa a marcire proprio in questa via. In questo scorcio sporco e incantevole di mondo.
Guarda i passanti nascondendosi dietro le sue lunghe ciglia di polvere e a volte sputa sui ciottoli.
Sa già come andrà a finire.

Dove vivo io, la domenica, quando il mercato delle pulci si liquefa, il canto del campanile non è modulato dai clacson delle automobili o dalla musica dei locali. Perché qui di locali non ce ne sono. Il vociare compatto della gente sembra placarsi inesorabilmente mentre il sole disegna figure strane, del colore del fuoco e dei tuorli d’uovo caldi, sulle facciate dei palazzi solcati da rughe profondissime.

Dove vivo, ogni persona è un personaggio. Come in una commedia.
Dove vivo, scorre silente la Dora, con il suo strascico di invidia, rallenta bruscamente il passo prima di incontrare il più celebre fratello maggiore. Se ti avvicini, in silenzio, puoi udirne i sospiri amari e annoiati. Porta un graffio blu, di rancore.
Dove vivo c’è un negozio di radio d’epoca, profuma di memoria e prodotti cattura-polvere, profuma di ricordi e cura minuziosa, attenta. Profuma di legno e nastro isolante.

Dove vivo, hanno sganciato un cubo grigio, che in virtù delle sue asimmetrie sembra conficcarsi nella pavimentazione della Piazza.
Mi piace pensare che sia, invece, la Piazza a fagocitarlo lentamente, come un gustoso pegno da far pagare per aver sfidato le graziose linee intrecciate della facciata del mercato coperto, che certe notti di specchiano con voluttà nelle pozzanghere, la luce rosa che in autunno si appoggia distratta sui mattoncini rossi delle Porte Palatine, il profumo di menta che mette a dormire i poveri vicoli ubriachi.
Mi piace pensare che un bel giorno di primavera ci sveglieremo senza quella scura palpebra di cemento tra le cosce impotenti di via Borgo Dora.
A quel punto la Piazza farà un sonoro rutto, ed io, appoggiata alle pareti dei portici devastati di slogan, sorriderò. complice e concorde.

Perché dove vivo io
non sei voluto entrare.

Porta Palazzo, porta pazienza.

Silvia Mascolo


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