#memo

15 Febbraio 2014 0 Di Pizzi

Mi chiamo Clementine, ed un motivo c’è.

 

Ho imparato piano piano, con il tempo, come tutti, a gestire il dolore dell’abbandono.

Che, attenzione, non è solo e sempre il dolore dell’essere abbandonati, perché si sa, si soffre anche ad abbandonare. Se come me avete smesso di fumare, per esempio, lo saprete bene. Cazzo.

 

Comunque, dicevo.

 

Avevo da poco compiuto 18 anni ed ero tanto innamorata.

Era uno di quegli amori folli, incoscienti, acerbi, difficili, inconcludenti.

Tipo MannaggiaaGesoochecazzomisuccede.

Vabbè, la storia finisce banalmente e tristemente. Ma non è questo il punto.

Il punto è che ad un certo punto io mi sono dovuta inventare un modo per sopravvivere al ticchettare del tempo.

Perché non riuscivo proprio più a concepire l’idea di dover far passare ‘ste 24 ore in loop, continuando a crescere per arrivare ad essere grande quando essere grande senza di lui non era nei miei piani dal primo giorno in cui mi ha presa per mano.

Quindi ho comprato un quaderno a righe e l’ho piegato a metà per il lungo, come si fa con i fogli protocollo quando devi scrivere un tema. Ho proprio fisicamente piegato TUTTO il quaderno, copertina compresa.

Ed ho cominciato a scrivere.

 

Nella colonna di sinistra un ricordo bello, in quella di destra un ricordo triste.

 

Bacio sotto alla vigna                        Chat con una tipa

Messaggio del buongiorno               “Non posso venire”

Maglietta per la notte                        Litigata furiosa numero 1 per cagata allucinante numero 1

Domenica sotto al piumone               Cellulare che squilla a vuoto

Ovunque per mano                              Da domani non ti amo più

 

E così via.

Per 27 pagine. E, se ve lo state chiedendo, sto parlando di pagine e non di facciate.

Ogni notte stavo alzata fino a tardi, tardissimo, per scrivere qualche ricordo bello e qualche ricordo triste.

Così, per circa 8 mesi.

 

Levante?

Te lo dico io dove va a finire tutto l’amore di una storia d’amore.

levante memo

Va a bilanciare.

Va a tirare le somme, a razionalizzare quelle cose che avevamo lasciato perdere in nomine Amoris.

Va a risanare ferite mai realmente cicatrizzate. A riempire fogli di quaderni di Beverly Hills 90210 (non ho quell’età lì eh? Era un avanzo della cartoleria e costava poco. Giuro) in modo che sia fisicamente cestinabile.

Va a “fare 0”, come dice il mio amico. A far quadrare i conti.

Va in tutte le volte che dici “sto bene”, in quelle in cui riesci a non scoppiare a piangere e in quelle in cui te ne stai buono ad ascoltare i problemi degli altri senza metterti ad urlare.

Va nel riuscire ad appoggiare i piedi per terra tutte le mattine; ad aprire la bocca anche solo per bere.

Va negli occhi che guardano ancora, nelle mani che smettono di sudare.

Va nel respiro che all’improvviso non è più così scontato e nella pancia che smette di lamentarsi.

 

Serve un sacco d’amore per dimenticare il più possibile.

 

E, hai ragione tu, è un po’ come con gli occhiali da sole.

Solo che facciamo finta che siano di MiuMiu e che ci siano costati il nostro primo stipendio.

Se capita di perderli, farsene una ragione è questione di sopravvivenza.

E anche quando pensi di esserci riuscito, ogni tanto, quando disgraziatamente qualcosa ti fa ricordare com’è andata, te lo chiedi “dove va a finire”.

E l’unica risposta possibile è sempre e solo una.

 

In fondo a destra.

 

Clementine

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