Mi chiamo Roland

29 Aprile 2014 0 Di Pizzi

 

Mi chiamo Roland, e oggi sono 20 anni esatti da quando sono morto.
Ero un pilota come tanti, con tanta passione e voglia di correre in auto, e nella mia carriera, fino ai miei 33 anni, avevo anche ottenuto qualche bel risultato in Germania, alla 24 Ore di Le Mans, in Formula 3 e in Giappone. Fino ad arrivare, nel 1994, a coronare il sogno di correre in Formula 1, anche se a pagamento e con gettoni di presenza in una scuderia di infima fascia.

 

Ma a me non importava, credo, perché il Circus è fatto anche di noi, piloti con macchine che non vinceranno mai, che corriamo come comparse di qualche kolossal lungo i tracciati che consegnano alla storia campioni e idoli, record e leggende.
Facciamo numero, facciamo massa, siamo le “chicane mobili”, quelli che vengono sorpassati e presi a insulti dai colleghi più veloci e arroganti, o che peggio vengono presi in giro dai telecronisti perché ai loro occhi sembra che facciamo un altro sport intralciando le cavalcate trionfanti degli idoli del momento.
Di noi ci si ricorda solo quando segniamo le corse con i nostri bizzarri incidenti, o se siamo protagonisti di qualche tragedia.

 

Come quella che ha messo fine alla mia storia.
Purtroppo a volte le tragedie capitano anche a quelli che vanno veloci e che guidano macchine fatte per vincere. Come è successo ad Ayrton, un altro pilota come me, che ebbe un incidente proprio il giorno dopo il mio tragico schianto alla curva Gilles Villeneuve, un altro che nessuno dimenticherà mai.
Ayrton era il pilota più amato della storia e ancora adesso è ricordato per la sua grande umanità, oltre che per le sue grandissime doti al volante, e se non fosse scomparso anche lui, forse le cose non sarebbero cambiate così rapidamente per tutti quelli che sono venuti dopo.
Volevo solo salutarvi. So che il primo maggio in molti di voi ricorderanno i 20 anni dalla scomparsa di quel grande campione che pare avesse nella manica della tuta una bandiera dell’Austria, la mia Austria, pronto a sventolarla in mio ricordo durante il giro d’onore che non fece mai.
Forse anche io sventolerei la sua, quella brasiliana, se fossi in voi.
Campioni come lui ne nascono uno ogni generazione, se va bene.

 

Ma se oggi vi capita di pensare alle corse, alle macchine, o alla velocità, sarebbe una bella soddisfazione se dedicaste almeno un pensiero anche a me.
Alla fine, in fondo, correvo anche un po’ per voi, per noi, per quelli che non sono Ayrton Senna.

 

Con immutato affetto,
Roland Ratzenberger

 

Damiano Collina