Morte di un pesce

24 Luglio 2013 0 Di Pizzi

 

Un racconto sulla morte di un pesce rosso come metafora di una vita senza sosta

 

di Elvira Ferrara

Sofì non avrebbe permesso che quell’evento le rovinasse la giornata, eppure era lì a fissare quel corpicino senza vita che galleggiava nella boccia piena d’acqua. Era morto. Allo scadere dei tre mesi, il pesce rosso che aveva comprato era venuto a mancare.

Sì, dispiaciuta per quella perdita, Sofì era lì a piangere più per quello che quel pesce rappresentava che non per la reale perdita. Che fosse un po’ cinica ne era cosciente, ma questa volta era diverso. Quel pesce rappresentava la sua unica speranza di imparare a gestire le relazioni.

 

La sua totale, completa e smisurata incapacità di gestire i rapporti umani era cosa nota, del resto. Sofì ci conviveva sin dall’infanzia, ma non poteva farci nulla. Aveva più volte provato a “lavorare su se stessa”, come consigliato da qualche luminare, ma non c’era stato verso. Sofì falliva ogni volta. E ormai aveva gettato la spugna. Si era detta che se quel pesce avesse superato l’anno avrebbe voluto dire che era diventata costante, misurata, equilibrata, capace di pensare agli altri e quindi pronta per una relazione, per le relazioni umane. Ebbene, il rosso Amedeo, chiamato così in onore del grande Modigliani, aveva tenuto duro per soli 3 mesi. Un vero peccato.

 

La povera Sofì era però stata avvisata: “I pesci sono animali delicatissimi! Sarà già tanto se vivrà qualche settimana, non fare scommesse contro te stessa, finirai per perdere”. Era con queste parole che l’amica di sempre l’aveva apostrofata al termine della confidenza.

“Il pesce sarà il primo anello della mia catena relazionale. Dopo di lui sarò in grado di avere dei rapporti sani. Niente di più niente di meno”. Ecco come aveva condiviso quella stramba idea una mattina di primavera. Se n’era convinta, e tornando a casa aveva comprato il pesce, una boccia e dei grandi sassi neri.

 

E adesso? Adesso era lì a fissarlo. A fissare il suo ultimo fallimento. E poco importava degli ammonimenti dell’amica o del negoziante stesso. Lei aveva perso e quel pesce, lasciato scivolare giù per le tubature, portava via con sé tutte le speranze di Sofì, tutti i suoi sogni, e il suo malsano ottimismo. Come se la vita di un pesce avesse potuto cambiare quello che lei non riusciva a gestire ormai da anni.

Doveva fermarsi e capire. Prendere coscienza della realtà dei fatti: lei non sarebbe mai stata in grado di gestire una relazione umana e questo non sarebbe mai cambiato nel tempo.

 

Tutti gli sforzi, le sedute con i luminari, i cambi di città, di giri, di lavoro o di colore di capelli non le sarebbero tornati utili. Nessuna di queste pazzie, e di certo non nuovi colpi testa, l’avrebbero aiutata. Forse sì, c’era una cosa che lei avrebbe potuto fare, ma sicuramente non ci aveva mai pensato. Anzi, Sofì aveva cercato di evitarlo con tutte le sue energie. Fermarsi. Sofì avrebbe dovuto solo fermarsi.

 

Ferma, una parola “difficile”. Era una condizione che la faceva soffrire e le poche volte che l’aveva sperimentata era stato per lei un castigo divino. Aveva iniziato da piccola a non stare ferma. Non stiamo parlando della solita bambina più vivace delle altre, no. A Sofì non bastava uscire dalla classe per gironzolare nei corridoi o nel giardino della scuola, lei se ne andava nelle cucine a fare quattro chiacchiere con la cuoca e le sue aiutanti. Se dopo 10 minuti che era uscita dalla classe non era ancora rientrata, potevi trovarla lì seduta ad assaggiare il pranzo e a parlare con quelle donne. Era sullo sgabello che cercava di memorizzare i gesti, le parole, le accortezze che la cuoca riservava alle pietanze, ne era stregata. A chi le domandava perché la cucina, lei rispondeva dicendo: “Ho capito che da grande voglio diventare una brava cuoca e cucinare per le persone che amo!” ovviamente lo diceva con tutta l’innocenza che una bambina di 5 anni può avere, ma a 6 andava dietro il giardiniere dicendo che avrebbe voluto riempire di fiori le case della nonna e delle zie.

 

A 7 anni seguiva la suora insegnante di musica dicendo che lei aveva avuto una visione e così via, fino ai 24 anni passando tra astronauti, scrittori, fotografi, sarte e pittori. Se c’era una professione che Sofì non aveva desiderato fare, quella era il medico. Lei no. A differenza dei compagni che a 5 anni avevano deciso che avrebbero fatto i “dottori” e che poi ci sono riusciti, lei saltava da un mestiere all’altro, passando ogni volta da un mondo immaginario a uno nuovo. E ciò si era perpetuato fino all’ufficio in cui era imprigionata per qualche ora al giorno.

 

Sofì era la segretaria di uno studio medico per due mattine a settimana (strano il destino, eh), dog-sitter all’occorrenza per alcune pazienti dello studio, disegnatrice di fumetti per una rivista indipendente e la trapezista in un bar. E se era in quella città da ormai un anno era solo per quest’ultima occupazione. Volteggiare in un cerchio sospeso a mezz’aria mentre la musica sovrasta le voci, eseguire quei movimenti senza doversi curare degli altri, senza che gli altri si curino di te, perché col tempo è stato questo l’equilibrio raggiunto e solo gli avventori occasionali si lasciavano impressionare.

 

Gli altri. Tutti gli altri erano assuefatti, indifferenti e noncuranti. E lei era felice così. Poteva ballare ad occhi chiusi senza che nessuno la infastidisse, senza che nessuno l’avvicinasse.

Il pesce era stato un diversivo, un modo per mettersi in gioco e vedere la sua capacità di tenere fede a un progetto più lungo delle sue relazioni. Scoprirlo morto e constatare che fossero trascorsi solo 3 mesi non era stato un grande risultato. Ma adesso? Cambiare città e ricominciare di nuovo tutto da capo. L’idea non era male, avrebbe potuto impacchettare le sue poche cose ed estrarre una città a caso dal sacchetto che portava con sé. Sofì era stata lungimirante, una notte d’estate si era detta che non avrebbe potuto lasciare al solo fato la possibilità di decidere per lei e che avrebbe dovuto controllare almeno in parte il suo futuro; così era finita a scrivere su di un foglio le città in cui avrebbe voluto vivere. Aveva messo i bigliettini in un sacchetto e ne estraeva uno ogni volta che era stanca di stare ferma, ogni volta che la sua vita sembrava aver raggiunto un punto morto.

 

La famiglia, che ormai vedeva solo per le tradizionali feste, da tempo si era abituata a questa propensione da giramondo. Sofì chiamava con regolarità la nonna e le zie, la madre tutti i giorni, il padre a giorni alterni, tutti gli altri con una frequenza che si adattava alla gravità del periodo che stavano vivendo. Sapeva che il suo era un limite, era pienamente cosciente del fatto che così non avrebbe potuto continuare, ma non riusciva a smettere. La sua curiosità e il suo desiderio di misurarsi sempre con qualcosa di nuovo l’avevano resa schiava e così era finita ad a avere sempre più affetti lontani, a circondarsi di libri, a collezionare lavori strani e a non avere relazioni, ma solo future ex-relazioni. Eppure Sofì si vedeva mamma, moglie, amante, zia, si vedeva presente nelle vite degli altri, ma appunto si “vedeva”, non le riusciva “essere” mamma, moglie, amante, zia, sorella, figlia. Sofì era cosciente che stava pagando la sua indipendenza, la sua libertà, il suo essere irrequieto con una moneta cara. 

 

Svuotata la boccia, la stava lavando con movimenti delicati, aveva già messo via i sassi, e ora le toccava completare la pulizia del tutto. Con le mani immerse nella schiuma, Sofì ebbe quell’idea che nessuno si sarebbe aspettato da lei. Lasciò tutto nel lavello come se alla porta ci fosse stato un ospite importante. Prese il sacchetto delle città e lo svuotò sul letto, c’erano ancora venti bigliettini. Li guardò confondersi con i colori del copriletto, cercò il filo conduttore fra quelle lettere, la sua vita e la sua attuale condizione. Aprì la finestra e li buttò al vento. Li vide scomparire volteggiando nell’aria, perdendosi nel cielo di quella città. 

 

Con quel gesto, Sofì aveva sancito il più grande patto con se stessa: fermarsi. Era quella la sfida più grande, il più grande salto nel buoi che lei potesse fare. Che strana la vita: per alcuni il rischio, l’incertezza, la misura del brivido risiedono nel cambiamento, nel nuovo. Per lei era il contrario. L’immobilità.