No, Grillo non è la legge

13 Giugno 2013 0 Di Pizzi

 

Fabrizio, sostenitore del MoVimento 5 Stelle, risponde alle critiche di ieri sull’eccessivo potere del leader nella fase decisionale

 

di Fabrizio Landolfi

 

Caro Pizzi,

 

ho letto la tua disamina sulla situazione del MoVimento Cinque Stelle, sui suoi problemi e sul ruolo di Beppe Grillo. So che gradisci un mio parere, pur sapendo che abbiamo posizioni diverse, quindi scrivo con piacere questo post.

Per chi non mi conosce, premetto che io sono un “grillino”, come sapranno coloro che hanno letto altri miei post pubblicati dal buon Pizzi (link 1234). La parola grillino a mio avviso non è la migliore per definire chi vota Cinque Stelle, o chi ne fa parte, ma non mi offende.

Su questo forse ho una visione diversa dalla maggior parte dei pentastellati: personalmente provo ammirazione per Grillo come attivista politico e come persona, quindi non mi offendo se vengo definito un grillino. Certo dipende dalla precisa accezione che si dà alla parola, ma in generale non credo significhi considerare legge suprema tutto ciò che Grillo dice, senza avere spirito critico.

 

Al di là di questo, Claudio, mi sembra che la tua disamina parta da alcuni presupposti a mio avviso irreali. Iniziamo dalla questione legata al mancato governo Pd-M5S: in verità, il MoVimento non ha avuto l’occasione di andare al governo. L’invito fatto dal Pd agli eletti del Cinque Stelle, come ha precisato Marina Sereni del Pd (devo dire, con molta chiarezza ed onestà), non era un invito ad allearsi e governare insieme, bensì un invito a votare la fiducia in Senato all’ipotetico governo Bersani.

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Qui ci sarebbe una parentesi delicata da aprire: a mio parere, ciò che ha paralizzato la politica italiana più di tutto è stata una legge elettorale completamente ingiusta, che nessuna forza tra quelle che hanno governato negli ultimi anni ha modificato. Per me chi vince le elezioni deve avere almeno la possibilità di formare un governo, che magari avrebbe una stabilità precaria, se la maggioranza è minima, ma almeno potrebbe provare a lavorare senza dover chiedere la fiducia ai propri avversari elettorali.

 

Ma torniamo al mancato accordo Pd-M5S: al Pd serviva semplicemente un certo numero di voti dei senatori del M5S, per ottenere la fiducia in Senato. In cambio, mi dirai tu, ci sarebbe stata un’apertura del nuovo governo verso i temi su cui spinge il MoVimento, che come scritto nel tuo pezzo avrebbe “tenuto per le palle Bersani e il Pd”. Ma ne siamo proprio sicuri?

Nel caso in cui, una volta ottenuta la fiducia, Bersani avesse detto “cari grillini, grazie dell’appoggio ma delle vostre proposte non se ne fa niente”, che cosa poteva succedere? L’eventualità non era affatto improbabile, dato che il Pd notoriamente non è d’accordo su tutti i cosiddetti cavalli di battaglia del M5S (potremmo discutere per ore su chi abbia ragione tra i due, ma resta il fatto che le due forze politiche non sono in sintonia).

 

In quel caso, i parlamentari e senatori del Cinque Stelle avrebbero dovuto richiedere una mozione di sfiducia, per cercare di far cadere il governo Bersani. Ma poi, oltre a loro, chi avrebbe votato questa sfiducia al governo?

Io dico che il Pdl di Berlusconi, in cambio di qualche tornaconto utile ai propri interessi (forse bastava non battersi per l’ineleggibilità dei condannati in Parlamento, proposta di legge molto temuta dal Cavaliere), non l’avrebbe votata.

 

Sono convinto che il centrodestra preferirebbe lasciare al governo il Pd, purché non vengano realizzate le proposte dei Cinque Stelle. Ecco perché questi ultimi non avrebbero tenuto per le palle nessuno, se non sé stessi, e dunque hanno preferito restare coerenti con l’idea esposta in campagna elettorale, cioè quella di non dare appoggio, né fiducia, a nessun partito. Poi il Pd ha formato l’attuale governo Letta, con il patrocinio del Capo dello Stato, in piena collaborazione con il Pdl di Alfano (ma anche di Berlusconi, che non si vede ma c’è), dando prova del fatto che quelle convergenza tra Pd e Pdl che i Cinque Stelle “temevano” non era affatto impossibile.

 

Ma veniamo al punto fondamentale su cui verte il pezzo di Pizzi: il vero ruolo, e l’influenza, che Beppe Grillo ha nel MoVimento Cinque Stelle. Si continua a dire che comanda tutto lui, che non c’è democrazia interna e che “l’ognuno vale uno” è una bufala. Ma siamo proprio sicuri che chi ha lasciato il MoVimento in questi mesi lo abbia fatto perché è impossibile farne parte senza essere d’accordo con il leader?

 

Ci sono delle regole, ben conosciute da chi è stato eletto con le liste del M5S, che le ha firmate ed accettate.

Mi riferisco principalmente a quell’obbligo di rendicontare le spese per l’attività parlamentare, e di restituire la parte eccedente della diaria. Tutto è discutibile, quindi ognuno potrà considerare questa regola giusta o sbagliata, ma non è un po’ troppo furbesco discuterla solo dopo che si è stati eletti in Parlamento o in Senato, con lo stipendio e il posto garantito anche in caso di uscita dal MoVimento? È Beppe Grillo ad essere intollerante e oppressivo, o sono altri a non essere, oggettivamente, in sintonia con le idee del MoVimento?

 

Tra l’altro, secondo il giudizio di tanti, i grillini sarebbero degli incompetenti che non sanno cosa sia la politica, ma non appena uno di loro esce dal MoVimento sembra che le sue parole abbiano un valore indiscutibile.

 

Veniamo ad Adele Gambaro, che si è lamentata ai microfoni di Sky Tg 24 dei post di Beppe Grillo, ritenuti offensivi verso quel Parlamento in cui “lui non è mai venuto”.

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Prima di tutto, quest’ultima cosa non è vera, ma poi, che cosa c’entra il fatto di essere andati o meno in Parlamento? Non si può fare una critica al sistema parlamentare, se non si lavora lì dentro? Beh, allora possono parlare solo loro.

Ma soprattutto, Adele Gambaro sa benissimo che cosa pensa Grillo, e con quali toni lo esprime, dato che sono gli stessi da anni. Perché si scandalizza proprio adesso che ha una poltrona intoccabile al Senato? Ma oltre a questo, invito tutti a leggere il post in questione, criticato dalla Gambaro, in cui Beppe Grillo ha parlato di un Parlamento delegittimato, cosa che io considero un dato di fatto e non un’offesa.

 

La tesi che i media tirano fuori da questi episodi è sempre la stessa: Grillo caccia dal MoVimento chiunque non sia d’accordo con lui. Ma non si valuta mai se c’è una violazione oggettiva delle regole, né si bada alla coerenza e alla credibilità dei cosiddetti “dissidenti”.

 

Vorrei citare anche l’esempio del deputato Furnari, passato nei giorni scorsi dal M5S al Gruppo Misto: non lo ha espulso nessuno, sebbene alcuni giornali e tg vogliano far passare la sua scelta di lasciare il MoVimento come una specie di espulsione indiretta. Furnari, che guarda caso era tra i famosi dissidenti sul discorso della diaria (ora potrà anche tenersela tutta, tanto nel Gruppo Misto nessuno lo obbliga a restituire niente), ha spiegato la sua scelta con motivazioni che non trovo valide. Il deputato ha scritto su facebook di non essere d’accordo con alcune dichiarazioni di Grillo sul caso Ilva.

Nello stesso post, si lamenta del fatto che non si sia ancora capito quale sia la posizione del M5S sull’Ilva. Ma allora, caro Furnari, casomai sei tu a non tollerare che Grillo la pensi diversamente da te, e non viceversa, o sbaglio? La logica mi sfugge, e l’idea che si tratti di un pretesto per cambiare casacca, purtroppo, non mi abbandona.

 

Veniamo alle note per me dolenti. Io continuo a credere nel MoVimento, essendo convinto che la maggior parte dei suoi eletti siano persone che vogliono veramente cambiare la politica, anziché fare carriera.

Tuttavia, non posso negare che il calo dei consensi ci sia stato. Onestamente, non credo affatto che a livello nazionale il M5S sia attorno al 3%, come ha scritto Pizzi nel suo post, ma sicuramente ha perso una parte dei suoi elettori. Il motivo non sono i post di Grillo, né tanto meno le espulsioni. A mio avviso, il problema principale è che una parte della gente che ha votato M5S alle elezioni politiche aveva capito poco di che cosa stesse votando.

 

Se avessero capito bene, non si chiederebbero perché non è stato fatto il fatidico accordo con Bersani. Altri elettori che si dicono delusi, forse gli stessi, non sono informati bene: sono convinti che il M5S poteva andare al governo, costringendo il Pd a stare alle sue condizioni, ma le cose non stanno così. In tutto questo, è evidente che l’attività di televisioni e giornali influisca: tu Claudio, dici che i Cinque Stelle insultano i giornalisti non appena essi “dicono qualcosa di men che entusiasta” sul loro operato.

Ma hai mai sentito dire qualcosa di vagamente entusiasta, sull’operato dei Cinque Stelle, da un Formigli, da un Floris, da un Santoro, o da una Lucia Annunziata? Io ho sentito dire che “Grillo fa i buoni e i cattivi”, e poco altro. Ad esempio non li sento informare la gente sulle proposte di legge fatte in Parlamento dai Cinque Stelle.

 

Per forza poi passa il concetto secondo cui “i grillini non fanno niente”. Ma questo lo sapevamo già, io non spero nell’imparzialità dei giornalisti, soprattutto verso un MoVimento che vuole togliere gli ultimi residui di finanziamenti pubblici ancora in piedi (e l’Ordine dei giornalisti, istituito da Mussolini). Ed è questo, a mio personale avviso, il motivo principale dell’astio che essi hanno verso Grillo, più che le interviste non rilasciate dai Cinque Stelle.

 

A proposito di comunicazione, è vero che il M5S deve correggere qualcosa: lamentarsi del fatto che la gente sia disinformata non basta. Nelle ultime settimane, gli eletti in Parlamento e Senato stanno iniziando a farsi vedere di più in televisione, perché probabilmente hanno capito l’esigenza di far arrivare la loro voce anche agli italiani che non usano internet. Mi aspetto un ulteriore aumento, nei prossimi mesi, delle loro presenze in tv, sebbene Beppe Grillo si sia sempre detto contrario. Questo mi sembra un esempio del fatto che nel M5S il dibattito interno c’è: quello che dice Grillo non è legge indiscutibile.

 

Ultimamente poi, lui stesso si sta convincendo del fatto che sia importante, per il MoVimento, utilizzare anche la televisione come mezzo per comunicare con la gente, magari proprio grazie al confronto con gli eletti e gli attivisti.

 

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