Solstizio

26 Giugno 2013 0 Di Pizzi

 

Gli ingredienti per un racconto ci sono tutti. Le immagini ci sono tutte, a partire da quella di un suonatore di contrabbasso in un pomeriggio di giugno. Eppure…

 

di Silvia Mascolo

Erano giorni che non riusciva a scrivere. Erano mesi che non riusciva a scrivere. Erano storie che non riusciva a scrivere. Un essere umano può stare una manciata di giorni senza mangiare e bere. Lei riusciva a stare senza scrivere. Ma era sempre una specie di corda. Quel tempo, lungo o breve, che la separava dalla prossima pagina era sempre un’attesa, non un vuoto, non uno spazio, non una pausa, una corda e nulla più. Una corda tra qui e lì, tra me e te, tra inspirazione ed espirazione: satura di qualsiasi cosa.

 

Voleva scrivere di un musicista. Non di un musicista a caso. Voleva che il suo fosse un suonatore di contrabbasso. Ne aveva visto uno esibirsi sotto il sole nel quartiere dei locali notturni, un pomeriggio di giugno. Accarezzava le corde con gli occhi chiusi, e lei non riusciva a non pensare a un amplesso. Con il petto appoggiato alle sue larghe spalle, il musicista pizzicava il ventre fragile della sua amante di legno. Danzavano. Lui aveva grandi narici scure e una camicia leggera, la grossa custodia dello strumento se ne stava immobile a guardare, adagiata sul sellino di una bicicletta, come un lenzuolo inerme ai piedi del letto. Di tanto in tanto gettava la testa all’indietro, ebbro, sicuro dei suoi movimenti e delle sue piccole dita.

 

Le piaceva l’idea di una melodia prodotta dall’attrito, e mentre la ascoltava con il mento appoggiato sui polsi, pensò che sarebbe stato bello, perché no, se anche dall’attrito prodotto dalle sue paure, a contatto con le sue ambizioni, fosse nato qualcosa su cui ballare.

 

Di quel musicista non riusciva a scrivere perché le capitava che le immagini la inseguissero fin sotto casa, come spacciatori incazzati, sovrapponendosi in una faida confusa e senza senso. Allora non le restava che chiudere gli occhi  e provare a dividerle, una a una, senza rovinarne i contorni, senza farle incazzare di più. Quando finalmente riusciva a metterle in fila e provava a darvi voce, solo allora, si accorgeva di non aver più nulla da chiedere, a quei suoni. Si sorprendeva a fissarli senza amore. La loro bellezza era svanita, insieme alla loro confusione disarmante.

 

C’erano le tende di tessuto leggero della sua stanza, ad esempio: quando scivolano inquiete tra le imposte, e assomigliano a lingue immense tra i denti di una donna insaziabile.

C’era la desolazione e la noia delle stesse morbide tende, destinate a guardare pioggia e sole attraverso un vetro, senza toccarli mai.

C’era un altro suonatore di contrabbasso, così incredibilmente simile a Lou Reed, incontrato al mercato di Portobello Road e svanito dentro una pozzanghera con la stessa velocità con cui a Londra cambia il cielo.

C’era la storia di un mimo con la faccia dipinta di bianco, frustrato dal proliferare di finti mimi con la faccia dipinta di bianco.

C’era la storia di un’attrice con le sopracciglia come Greta Garbo, e di un bassista amante degli Stones. Due che non si incontravano mai, ma che avrebbero potuto.

 

E sarebbe stato incantevole, davvero un incantevole racconto.